Antonio Diodato, al Festival il rock made in Taranto

antonio diodatoDiodato, cosa si prova a essere selezionati tra tanti artisti?
«Essere stati selezionati tra sessanta candidati per le Nuove Proposte è motivo di soddisfazione. Tutti gli artisti, poi, che sono giunti alla fase finale hanno proposto musica di qualità. Il mio orgoglio, a questo punto, diventa doppio».
Com’è andata durante le selezioni?
«Si respirava una bella aria, tanta armonia. La commissione musicale è stata presieduta da Mauro Pagani, Claudio Fasulo, Andrea Guerra, Massimo Martelli e Stefano Senardi. Autentici signori della scena musicale italiana».
Come è nato “Babilonia”?
«È un brano che avevo iniziato a scrivere un po’ di tempo fa. E’ rimasto nel cassetto fino a quando non è arrivata l’occasione. Il Festival lo è sicuramente. Ho completato il testo e successivamente è arrivato lo splendido arrangiamento d’archi di Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours».
Perchè ha scelto proprio questo pezzo per Sanremo?
«Perché credo mi rappresenti molto. È un testo in cui mi metto a nudo e la cosa mi imbarazza anche un po’. Credo inoltre che risalti alcune caratteristiche fondamentali della mia musica: rock e tenerezza».
Tante le emozioni, dunque. Quali sono quelle in vista a poche ore dal Festival?
«Per ora sono abbastanza sereno. So che la tensione salirà man mano che si avvicinerà il momento. Abbiamo già fatto delle prove con l’orchestra ed è stato molto emozionante. Voglio cercare di godermi questa esperienza appieno».
Nonostante passino gli anni, gli unici palcoscenici televisivi per giovani e non restano solo Sanremo e i talent. Perché?
«Penso che la causa siano i continui tagli alla cultura. Potremmo vivere bene tutti se la politica investisse maggiormente nel nostro campo».
In alternativa però, ci sono i palchi dei posti autogestiti…
«Sono di casa all’ “Angelo Mai Altrove Occupato” a Roma. Faccio parte del collettivo. Si tratta di uno spazio indipendente e sperimentale dove viene posta particolare attenzione all’arte e agli artisti. Lì mi sento musicalmente coccolato».
Come si è approcciato al rock?
«Da ragazzino, ascoltando dischi pop rock inglesi. Certe cose ti arrivano all’anima. Il rock è attitudine e serve a sputare fuori certe cose. Con la mia band riesco a esprimere tutta questa rabbia».
Dal rock, poi, si è diretto verso il cantautorato italiano…
«Crescendo ho scoperto i grandi cantautori italiani. Ho allontanato un po’ lo sguardo. A volte le cose più belle sono più vicine di quanto credessimo. Ci ritroviamo, senza accorgercene, a fare percorsi strani. Pensa un po’, sono “partito” dall’Inghilterra per arrivare in Italia…».
Dove ha “incontrato” De Andrè…
«De Andrè ti cambia la vita e ti demoralizza allo stesso tempo perchè pensi che non ti capiterà mai nella vita di scrivere versi come i suoi».
La reinterpretazione di Amore che vieni amore che vai di Fabrizio De Andrè è andata a finire nella colonna sonora di Anni Felici, l’ultimo film di Daniele Luchetti. Che effetto le ha fatto?
«Quando il regista me lo ha comunicato mi sono seduto. Stavo svenendo per l’emozione. Devo molto a De Andrè Questa canzone mi sta aiutando tanto».
Perché?
«Perché, quando ho provato a cantarlo, sentivo che mi apparteneva. Da tempo è appiccicato alla mia pelle. Siccome, ripeto, non riuscirò mai a scrivere un testo del genere, mi sono chiesto perchè non cominciarlo a cantare? Ho provato a urlarlo acquisendo tutta la potenza vocale di De Andrè e ai violini, presenti nel pezzo originale, ho sostituito la chitarra. Ed è nato quel fiume».
Quale disco le piacerebbe reinterpetrare di De Andrè?
«Non al denaro non all’amore né al cielo. Anche se lo ha già fatto Morgan. Dentro ci sono brani incredibili. E’ stato anche il primo disco con cui mi sono avvicinato al mondo di Fabrizio. L’album non è di semplice ascolto».
Si sente come Il Suonatore Jones (apre l’album Non al denaro non all’amore né al cielo di De Andrè del 1971)?
Mi risponde cantando la prima strofa del brano: «In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità, a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa…».
La produzione del suo disco d’esordio “E forse sono pazzo” è affidata al romano Daniele Tortora (Afterhours, Nidi d’Arac, Niccolò Fabi, Max Gazzé). Come vi siete incontrati?
«Tortora è “un maniaco del suono”. Gli ho chiesto di produrmi un singolo e una sera venne ad ascoltarmi con la mia band in concerto. E’ stato lui stesso a chiederci un disco insieme».
E’ un album autobiografico?
«Sì, c’e tanto di mio, dei miei anni dedicati alla musica».
Nasce prima il testo o la melodia?
«Nasce l’intenzione musicale armonia e melodia insieme. Ma non è sempre così. Nel pezzo Gli alberi, ad esempio, è nato prima il testo».
Anche se vive a distanza, cosa pensa della sua città?
«Si sta smuovendo qualcosa. Percepisco un piccolo fermento in campo musicale. Le rivoluzioni nascono da tante situazioni dal basso che sfociano in manifestazioni culturali importanti».

martedì, 18 feb 2014 - 11:25

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