In questi casi i numeri non contano. Dieci, quindici, ventimila… che importa! Ognuno dà i suoi e tutti, puntualmente, sbagliano i conti. Perchè ieri sera, da piazza a piazza, da rione Italia al Borgo, lungo un percorso inedito e tortuoso, i tarantini hanno gridato la loro voglia di «libertà».
Libertà dal ricatto occupazionale. Libertà dalla politica con il cappello in mano. Libertà dai vincoli dello Stato padrone e del privato padronale. Libertà della necessità produttiva che s’impone su qualsiasi richiesta di bisogno civile, primario, inalienabile come la salute e la vita. Libertà da un destino scritto il secolo scorso e che ancora scorre perpetuo, blindato dalla pochezza di chi dovrebbe immaginare tutt’altro e che invece si arrampica su specchi finiti in frantumi. Libertà dal gioco delle parti, dal tira e molla sui dati che raccontano di sangue e di lacrime sparse per le strade di Taranto, nei corridoi dei reparti oncologici, nei vicoli rossastri del San Brunone, tra le tombe dei caduti di una guerra che nessuno - come tutte le guerre – in fin dei conti ha voluto.
«Taranto libera», allora. Sfida del terzo millennio per una città molto più antica di Roma, alle prese con un Governo che per decreto ribalta le decisioni della magistratura.
Libera da se stessa quando si specchia, non si piace e si lagna. Libera da chi non la protegge a dovere, da chi l’attacca a distanza, da chi ha deciso che così è stato e così, per decreto, appunto, sempre sarà.
«Taranto libera» da ieri è il campanello di famiglia, lo slogan di un corteo civile e festoso, il titolo di una canzone intonata da musicisti e bambini disposti in prima fila, mescolati tra carrozzini e passamontagna, girotondi e cori, sciarpe di tutti i colori. Inzuppati di umido, al compleanno della città che vuole risorgere, il loro canto libero ha pure commosso. Eccolo, al di là dei numeri che ingabbiano e basta, il fiume di Taranto che ha deposto le fiaccole ma non la speranza.
Operai, studenti, anziani, bambini, mamme e papà ovunque, ad ogni angolo dei quartieri percorsi, in fila o in attesa, a passo felpato o di corsa, urlando o in silenzio, abbracciati o a distanza, cantando l’anima su spartito anonimo.
Tutti compatti in questo presente che la politica, in senso liturgico, non celebra più. Restano al palo, infatti, i partiti di Taranto, i partiti pugliesi, i partiti italiani. Ai lati della strada, su marciapiedi distanti dall’asfalto battuto dalla protesta, osservano una folla matura. Politici pochi, sparsi, «in borghese». Alcuni confusi e silenti, altri fieri ma defilati. Il popolo è in cammino ma i suoi rappresentanti sono in coda, in affanno: Taranto non li aspetta più.
Migliaia di persone, ieri sera. Non è chiaro quante davvero. Comunque tante, tantissime facce di nuovo per strada per dire al Governo che la coscienza non è merce per leggine o decreti. Il cammino verso un nuovo futuro è ancora lungo. Il comitato «15 dicembre» ha compiuto un altro piccolo passo. Ne seguiranno altri. Chissà quanti.
Il numero con conta.