La raffica di proiettili contro la vetrina di un negozio di bibite. L’omicidio di Nibbio, due ore dopo, a una manciata di chilometri di distanza. L’agguato in via Orsini, l’altra sera.
Non è chiaro se i tratti di storie slegate, di una questione ristretta o di una pericolosa scalata in atto da parte di gruppi organizzati nella sommersa, ma evidentemente viva, azione della malavita.
Come sempre accade a Taranto, però, quando il piombo fa schizzare sangue sull’asfalto, la paura che si possa ricadere nel clima di venti anni fa diventa un incubo.
Certo, i segnali sono inquietanti.
La sequenza è allarmante.
La stessa dinamica (si mira all’uomo, quindi per uccidere) è un presagio che non lascia sereni.
Tutto ciò, nei giorni in cui Taranto si ribella al suo destino e all’arroganza delle ciminiere che di morti ammazzati, dagli anni Sessanta, nelle corsie degli ospedali ne hanno sparsi a centinaia.
Non si avverte, ovviamente, il bisogno di altro piombo lungo strade già avvelenate.
Ma se agli effetti delle polveri sottili- e della diossina che dimora nei polmoni, del pcb che allattima le cozze, del mercurio che nuota nelle acque non balneabili e dei veleni che scorrono nella falda – si tenterà di rispondere con le bonifiche, oggi è chiaro che un’altra bonifica, urgente e chirurgica, a queste latitudini va fatta.
E presto. Prima che l’inquinamento della mala si aggiunga a quello dell’industria. Prima che le tensioni s’incontrino al bivio storico che Taranto sta attraversando.
Da queste colonne, a seggi chiusi e ad urne aperte, zeppe di errori gravi e grossolani nel conteggio dei voti, ci siamo già chiesti cosa sia stata stata, in realtà, quest’ultima campagna elettorale.
Taranto si ribella ma non sceglie e delega mentre un’altra città, quella sommersa, riprende a spararsi addosso.
Forse è stato il voto dei centomila astenuti a fronte di una mala che di astenersi non ne ha mai voluto sapere.