La città deve darsi un nuovo progetto, a prescindere dal futuro dell’acciaio. Nel medio e nel lungo termine, la politica – sebbene sfiduciata a furor di popolo (100mila elettori hanno disertato i seggi alle recenti comunali) – ha il dovere di rispolverare al più presto alcuni progetti accantonati e di accelerare su quelli lentamente intrapresi.
Prima fra tutte è l’Amministrazione comunale, sindaco in testa, a dover spingere sul tasto del rilancio economico e sociale della città.
Quattro anni fa sembrava che tra Comune e Marina, finalmente, il dialogo sulle cose da fare fosse a buon punto. Perchè è da qui che si doveva e si deve ancora ripartire, dall’acquisizione delle aree che la Difesa dovrebbe restituire a Taranto dopo 120 anni di onorato servizio.
Se ne parlò.
Tavoli, intese, accordi di programma… ma San Paolo e San Pietro sono ancora militari, la stazione Cacciatorpediniere è ancora militare – nonostante base Chiapparo sia operativa da tempo – il quadrilatero di via Crispi (ex Barraccamenti Cattolica) e lo stesso ospedale militare, con tanto di camera iperbarica pressocchè inutilizzata, non staccano le stellette dai portoni d’ingresso.
E poi il muraglione dell’arsenale (anacronistico quanto invasivo), splendidi affacci a mare, interi pezzi di città che la maggioranza dei tarantini ancora non conosce.
Di questo si discuteva quattro anni fa (vicesindaco delegato al tema era Alfredo Cervellera). Della stazione Cacciatorpediniere, della trasformazione del Vittorio Veneto a museo (sogno ormai infranto) della riconversione degli ex Baraccamenti Cattolica e dell’idea di realizzare una scuola velica sull’isola di San Paolo, dove la fortezza napoleonica è poco meno di un miraggio all’orizzonte.
Di tutto ciò, nel 2008, con l’Agenzia del Demanio, il Comune aveva cominciato a parlare sul serio.
Prima domanda: a che punto è quella trattativa? É possibile riannodare i fili – forse spezzati anche a causa dei vari cambi di Governo – che sembravano in grado di collegare le esigenze di acquisizione del Comune e quelle di dismissione del Ministero della Difesa e, appunto, dell’Agenzia del Demanio?
Sinora, l’unico risultato tangibile di quel percorso risiede in via Cugini, dove gli impianti sportivi prestissimo saranno aperti ai civili.
Un buono inizio ma è ancora poco. C’è una intera città che ai militari non serve più, isolati da valorizzare a fini sociali, turistici e culturali: tremila ettari.
In un primo momento, come riportammo già nel 2008, su queste colonne, l’ospedale Militare, i circoli Ufficiali e Sottufficiali sembravano destinati alla dismissione.
Poi, l’ennesimo dietro front (come otto anni prima quando a trattare con le stellette ci provò il sottosegretario Ostillio) ) che lasciò spazio solo alla eventuale cessione di Stazione Torpediniera, Isola di San Paolo e quadrilatero Crispi, Di Palma, Leonida e Principe Amedeo (tranne caserma Mezzacapo).
Portare a termine quella trattativa avviata con la Difesa è doveroso, anche alla luce di due piani di riqualificazione e recupero che Taranto intanto s’è data: Area vasta e Rigenerazione Urbana. Ovvero, infrastrutture per capoluogo e provincia e riappropriazione socio-economica-edilizia di pezzi centrali di Città Vecchia e Borgo.
Quanto alla «rigenerazione urbana», il piano divide Taranto in Città Storica (Isola e Borgo), Città Industriale (Tamburi), Città dei Margini 1 (Montegranaro e Salinella), Città dei margini 2 (Tre Carrare e Solito), Città post bellica e Città Dislocata: le isole amministrative tra le marine di Pulsano e Lizzano.
Il progetto tiene conto di Area Vasta e della variante Salinella e si propone tre grandi obiettivi: lo sviluppo sostenibile (generare reddito e lavoro, benessere e rispetto delle risorse naturali, partecipazione collettiva), l’inclusione sociale (lotta alle nuove o consolidate sacca di povertà) e l’housing sociale (sviluppo e gestione immobiliare da destinare a chi sul mercato oggi non trova riscontri possibili). Il documento parla chiaro, si tratta di mettere mano alla città.
Gli assi principali della rigenerazione sono tre: riappropriazione della Città Vecchia al recupero della identità culturale; riappropriazione civile delle aree militari e contenimento dell’uso del territorio al riequilibrio urbanistico necessario. pubblico e privati dovrebbero coesistere, insomma, e lavorare insieme.
Forse, sarebbe opportuno un Piano Strategico Territoriale, tanto per citare il Progetto di Città firmato dal vicesindaco Cervellera prima di essere rimosso da Stefàno.
L’attuale consigliere regionale proponeva, inoltre, la creazione di un «itinerario turistico-culturale che sulle tracce dell’antica via di S. Lucia porta, superando l’ex Convento di S. Antonio, all’ospedale Marina, ai resti della distrutta Villa del monsignor Capocelatro, al Mar Piccolo e a quella parte dell’Arsenale militare che potrà essere resa fruibile ai cittadini e ai turisti.
Idee in campo, dunque. Ma la burocrazia deve accelerare. E se la politica viaggiasse di pari passo con le richieste del territorio, sarebbe anche meglio.
Pianificare un altro futuro si deve e si può. Se non ora, quando?