“E’ bene chiarirlo: a fronte di una ‘notitia criminis‘ come quella evidenziata dalla perizia, la magistratura non aveva possibilità di scelta. Quelle degli arresti e del sequestro erano le uniche vie da seguire.” Potrebbero bastare queste parole per spiegare che i clamorosi provvedimenti adottati nell’ambito dell’inchiesta sul disastro ambientale contestato all’Ilva erano praticamente inevitabili. Un concetto che è stato più volte ribadito ieri mattina nel corso della conferenza stampa tenuta dai magistrati che si stanno occupando della delicatissima inchiesta. Una conferenza stampa divenuta necessaria a seguito di notizie, dichiarazioni e commenti resi in una fase delle indagini in cui essere disinformati può risultare estremamente deleterio. A fissare il quadro della situazione con mirati interventi ci hanno pensato il dott. Giuseppe Vignola, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Lecce, insieme all’avvocato generale presso la Corte d’Appello di Taranto, dott. Ciro Saltalamacchia, al procuratore capo presso il Tribunale ionico dott. Francesco Sebastio, al comandante provinciale dei carabinieri col. Daniele Sirimarco e al maggiore Nicola Candido, comandante del NOE di Lecce. Il primo a piazzare i paletti è stato proprio il dott. Vignola, quasi costretto ad esordire ricordando ai tanti giornalisti che gremivano la sala al secondo piano della Caserma del Comando provinciale dell’Arma quali sono “le norme giuridiche che hanno ispirato i provvedimenti nei confronti dell’Ilva e di alcuni suoi dirigenti”. Il procuratore generale ha voluto subito mettere le cose in chiaro parlando di “decisioni sofferte” e di come la magistratura “non poteva non intervenire.” Essendo perfettamente al corrente di cosa stava accadendo alle porte della città mentre era in corso l’incontro con i giornalisti, il dott. Vignola ha voluto sottolineare che quanto stabilito dai suoi colleghi non è stato frutto di “un innamoramento delle proprie tesi. Bensì, il risultato di lunghe indagini che hanno monitorato ciò che è successo a Taranto negli ultimi sette anni e di una perizia che ha prodotto conclusioni terrificanti.” A fronte dei dati che il pool di esperti ha riportato nella sua corposa consulenza, la “magistratura non poteva non intervenire. Eravamo al cospetto di una notitia criminis evidentissima. Gli esiti del meticoloso lavoro dei periti hanno consentito di individuare il DNA della diossina rinvenuta nei campioni esaminati. Un DNA che ha fatto puntare l’indice contro l’Ilva.” Ma questo non significa che lo stabilimento siderurgico debba essere considerato l’unico sito inquinante del territorio. Anzi. Il dott. Vignola ha precisato che l’indagine si estenderà anche ad altre industrie. Ma questo fa parte del futuro. Il presente, invece, riguarda quello che sta accadendo nel colosso industriale della famiglia Riva. “In merito al decreto di sequestro di parte degli impianti – ha proseguito il dott. Vignola- va chiarito che lo stabilimento non è stato “spento”. Il decreto non è stato eseguito. E non potrà esserlo prima dell’adozione di una una serie di misure tecniche la cui messa in atto richiede del tempo. E’ assurdo pensare che un’industria come l’Ilva possa essere chiusa da un giorno all’altro. E poi per gli indagati c’è sempre la possibilità del Riesame”.In altri termini, non è detto che gli impianti smettano di funzionare. Certo, molto dipenderà dalle decisioni dell’azienda e dalle valutazioni che faranno altri organi giudicanti. Ma è importante che gli stessi magistrati inquirenti abbiano dato segnali di apertura. Anche se la gravità di quanto viene contestato resta immutata. “Abbiamo lavorato- ha continuato il procuratore generale- in assoluto silenzio, nel nostro recinto, ci siamo mossi perché eravamo di fronte ad una serie di denunce, di feriti, di morti, che non sono morti di “serie B”. Dovevamo agire. Anche perchè per la magistratura non c’è un bivio. La magistratura non deve scegliere fra tutela del lavoro e tutela alla salute. La magistratura deve decidere osservando ed applicando la legge. Se c’è un reato quello deve essere perseguito. Sì, la città deve essere orgogliosa dei suoi operai, ma deve essere anche fiera dei suoi magistrati. Magistrati che compiono ogni giorno il proprio dovere nell’interesse dei cittadini.” I provvedimenti adottati dalla Procura di Taranto sono stati sicuramente “forti”, ma non poteva essere diversamente. Così come ha ribadito il dott. Sebastio che nel ricordare le varie sentenze emesse per inquinamento ambientale (è partito da quella del 14 luglio 1982), ha riconosciuto che il problema c’è “ma bisogna stemperare questa situazione. E’ giusto che ci sia la critica, questa deve essere obiettiva, ma soprattutto deve essere informata. E sì, perché in questi giorni se ne sono sentite e lette di tutti i colori. Come, ad esempio, le voci secondo cui l’Ilva si possa spegnere premendo un semplice bottone. Niente di più falso. Il decreto di sequestro è stato notificato, ma questo non significa che l’impianto si è già fermato. Non è la magistratura che chiude l’Ilva. Se i lavoratori non stanno lavorando, non è perchè glielo ha detto la magistratura. Prima che dell’esecuzione del decreto è necessario seguire delle procedure tutt’altro che semplici: c’è necessità di un sopralluogo da parte dei tecnici, di un progetto esecutivo della misura e della messa in sicurezza degli impianti. E solo dopo sarà possibile procedere allo spegnimento degli impianto.”
Chiarimenti doverosi in questo momento di grande confusione. In questo momento in cui destano perplessità anche le dichiarazioni di rappresentanti del governo che hanno sollecitato l’intervento del Riesame. Perplessità che inducono a chiedersi quale fine abbia fatto la divisione e l’autonomia dei poteri dello Stato. Ma questa è tutta un’altra storia.