Le criticità ambientali dell’area marino-costiera oggetto delle recenti denunce degli ambientalisti «sono note agli organi competenti», e l’Arpa «le ha sempre evidenziate, non ultima la relazione di sintesi sull’argomento prodotta per la Procura di Taranto ed inviata lo scorso 31 gennaio».
E’ questo uno dei passaggi della relazione della direzione scientifica di Arpa Puglia su “Criticità ambientali nell’area marino-costiera interessata dallo scarico Ilva”. Il documento è firmato dal direttore generale Giorgio Assennato, dal direttore scientifico Massimo Blonda e dal dirigente ambientale Nicola Ungaro. Quattro pagine, corredate di mappe e foto satellitari, che spiegano qual è la situazione del tratto di mare nei pressi dei canali di scarico dell’area industriale.
Le condizioni di quel tratto di mare non sono buone, un dato ben noto agli organi di controllo. «L’area marino-costiera interessata dallo scarico Ilva è inserita nel Sin (Sito di Interesse Nazionale) “Taranto”, così come definito dal Programma Nazionale di Bonifica e di Ripristino Ambientale (D.M. 18 settembre 2001 n. 468); la stessa area, come peraltro l’intero Sin, è stata caratterizzata (anni 2008-2010) ai fini della individuazione degli opportuni interventi di messa in sicurezza e bonifica. Le aree marino-costiere e salmastre individuate in ambito del Sin sono state suddivise in zone, due delle quali nel Mar Grande (codificate come I e II Lotto), una nel Mar Piccolo (I e II Seno), ed una zona ad ovest di Punta Rondinella, questa ultima proprio corrispondente a quella interessata dallo scarico Ilva. La caratterizzazione di tali zone è stata promossa dal Commissario delegato per l’Emergenza Ambientale in Puglia che ha dato incarico a Sviluppo Italia Aree Produttive S.p.A. (Siap) di svolgere le attività analitiche, queste ultime pianificate da Ispra. In questo contesto Arpa Puglia, sempre su incarico del Commissario delegato, ha avuto il compito di validare le analisi effettuate da Sviluppo Italia. Il piano di caratterizzazione dei differenti lotti prevedeva il prelievo dei sedimenti, tramite campionamento realizzato mediante l’esecuzione di carotaggi o bennate superficiali, al fine di determinarne le caratteristiche granulometriche, chimiche, ecotossicologiche e microbiologiche, ed il prelievo e l’analisi chimica di organismi (prevalentemente mitili), al fine di valutare sia il grado di contaminazione ambientale sia l’eventuale rischio legato al consumo alimentare».
Le relazione entra nello specifico della situazione del tratto ad ovest di Punta Rondinella. «I sedimenti caratterizzati in questa area hanno evidenziato più di una criticità, risultando contaminati da rilevanti concentrazioni di Ipa (rappresentati da alti valori di benzo-a-pirene) e Idrocarburi (pesanti e totali), soprattutto tra il Molo V ed il primo scarico Ilva e nella parte interna della Darsena Polisettoriale. Anche i metalli pesanti quali Mercurio, Rame ed Arsenico, nonché Piombo, Cadmio e Zinco, hanno sovente superato i valori di intervento e quelli tabellari normati. La contaminazione è anche attribuibile a composti organici quali PCB, pesticidi organo clorurati e composti organostannici. La situazione di diffusa contaminazione evidenziata con la caratterizzazione conferma alcune precedenti informazioni già acquisite dal C.N.R.-ISMAR di Taranto e dalla ASL di Taranto negli anni ‘90. Per quanto riguarda il biota, la concentrazione degli inquinanti negli organismi raccolti nell’area ad ovest di punta Rondinella è risultata significativamente più alta rispetto all’area di controllo esterna, soprattutto per i composti organici quali IPA e PCB; non trascurabile anche il bioaccumulo di alcuni metalli pesanti quali Mercurio, Vanadio e Piombo. Si ribadisce che l’intera area in questione è preclusa alla pesca e a qualsiasi altra attività di raccolta e/o allevamento; tutta la zona è inoltre inibita alla balneazione».
Fin qui le informazioni di carattere tecnico e scientifico. L’ultima parte della relazione, però, è dedicata alle denunce di Fabio Matacchiera. «Dalla visione del filmato del dott. Matacchiera – scrivono Assennato, Blonda e Ungaro - pubblicato in rete nei giorni scorsi e relativo all’area marina interessata dallo scarico Ilva, si possono trarre le seguenti considerazioni: il colore del materiale campionato, nonché la sua consistenza, sono facilmente riconducibili ad un comune sedimento in condizioni ridotte a causa di processi anaerobici; tale tipologia di sedimento è riscontrabile anche in ambienti acquatici non sottoposti a pressioni antropiche, e pertanto non può essere considerato indicatore di contaminazione massiccia da idrocarburi o altro, riscontrabile peraltro solo a seguito di accurate analisi chimiche.
La tecnica di campionamento utilizzata da Matacchiera, con retino a sacco, non è quella corretta per la raccolta dei sedimenti, che deve essere effettuata con benna o carotiere. Utilizzando il retino a sacco si raccoglie solo una parte del materiale di fondo, e quindi i risultati analitici che ne deriveranno saranno viziati da tale procedura e dunque non confrontabili con altri.
Ulteriori controlli da parte di Arpa non aggiungerebbero nulla a quanto già noto sullo stato di contaminazione dell’area, anzi sarebbero destinati a fornire risultati diversi da quelli che probabilmente otterrà il Matacchiera (per le motivazioni di cui sopra), favorendo l’innesco di sterili ed inopportune polemiche».