Chiunque – creda o no e in qualunque cosa creda – provi a immaginare un “di là”, lo immagina sempre con spazi enormi, sospesi e senza margini. Immaginate che partite di pallone possono giocarsi. E immaginate se William Uzzi, adesso, non si divertirà e non farà le sue battute, divertendo pure gli altri. Se non polemizzerà, se non accudirà altri calciatori, se non si farà nuovamente un sacco di amici, incontrando anche quelli che sono arrivati prima di lui. Forse serviva un “professore”, allora eccolo. Pronto a correre su quel campo che non conosciamo per soccorrere il primo infortunato. Come ha sempre fatto, in un moto circolare della vita che ieri lo ha fatto uscire dalla Concattedrale con la bara portata a braccia e nella scena a molti sembrava di rivedere una barella uscire dal terreno di gioco con William che la scortava.
Così è partito per il suo viaggio verso altrove. Dopo la messa celebrata dal vicario parrocchiale Ciro Savino, alla quale ha partecipato Monsignor Filippo Santoro arcivescovo di Taranto. Dopo l’omaggio della città, degli amici, del calcio (almeno di quello sincero, genuino). Il funerale dello storico medico rossoblù – e presidente, e amico e un po’ di tutto – è sembrato un abbraccio silenzioso: di ex giocatori come Graziano Gori, Mario Biondi, Marinelli; di tecnici come Giacomo Pettinicchio, Mimmo Recchia, Gaetano Petrelli, Franco Dellisanti, Adriano Morales, Gilberto D’Ignazio, Giovanni Panarelli; di dirigenti del passato come Gino Bitetti, Pasquale Ruta, Franco Telegrafo, Enzo Stanzione, Antonio Borsci, Peppino Ciracì, Nico Bruni; della città istituzionale, con il sindaco Ezio Stefàno e della città che tifa, con una rappresentanza della Curva Nord e tanti amici, colleghi medici, giornalisti. Abbraccio che Aldo Scardino, magazziniere del Taranto che per primo seppe che il calcio nel ’93 tornava a vivere grazie a William, ha sintetizzato in un gesto personale, simbolico, vero: una maglia del Taranto con la scritta “Grazie Professore”, poggiata sulla bara, portata ora chissà dove. In quel campo così grande che immaginiamo, Uzzi porterà il grazie stampato con semplicità. Che è anche la sua semplicità. E la straordinaria normalità di un amore, quello per il Taranto, che si è fatto storia già mentre William lottava ancora. Che a maggior ragione è storia adesso. Patrimonio dimenticato dal Taranto attuale, assente e estraneo a ogni forma di condivisione del dolore. Ignoranti – nel senso che ignorano – dello spessore dell’uomo da salutare. Epperò ugualmente salutato dalla città che, almeno, sa volere bene a pezzi della sua storia.