Assistiamo attoniti alla polemica sul trasferimento in Mar Grande dei “pergolati” di cozze esistenti nel I seno del Mar Piccolo. Attoniti e quasi rassegnati all’ennesimo atto contro se stessa che una Città immemore delle sue radici storiche, economiche e sociali si appresta a compiere allegramente. Certo, gli allevatori di cozze, ultimi superstiti della Taranto più vera, resisteranno sino all’ultimo, ma è davvero strano sapere che sono soltanto le cozze ad essere danneggiate dalla diossina e non tutte le produzioni agroalimentari e lattiero casearie circostanti l’Ilva. Insomma si ha l’impressione che il vero obiettivo sia liberare del tutto il I seno dall’ingombrante presenza dei pali delle cozze. Anche perché non è chiaro come i valori dei fattori inquinanti divergano in modo così sensibile tra il I seno ed il II visto che i due bacini sono tra loro intercomunicanti. Nessuno accenna tra l’altro al ruolo che le sorgenti di acqua dolce, i così detti citri che sgorgano copiosi nel I e nel II seno svolgono nell’assicurare il ricambio e la rigenerazione dell’acqua di mare. Eppure proprio i citri sono il fattore che ha fatto grande e unica al mondo la molluschicoltura tarentina. Non a caso un biologo come Riccardo Della Ricca qualche anno fa, a proposito delle prospettive di sviluppo dell’industria delle cozze, ricordava che prima dell’Unità d’Italia le uniche aree di produzione si trovavano in Mar Piccolo a ridosso del versante nord, in quanto la collocazione in prossimità dei citri di acqua dolce “garantiva ai mitili ivi allevati rapidi accrescimenti ed elevate caratteristiche”. La verità è dunque che tra citri e cozze tarantine esiste un binomio indissolubile che in nessun altro posto può ricrearsi. In futuro bisognerà porsi il problema di come tutelare la biodiversità del Mar Piccolo derivante dalle sorgenti d’acqua dolce; allora forse si affronterà la questione della protezione dell’area ponendovi un esplicito vincolo ecologico come già è stato fatto per la zona più orientale del II seno.
Ma cosa ne sappiamo dei nostri citri ? Le sorgenti di acqua dolce di origine carsica che sgorgano numerose e copiose fondale, sono dette citri dal greco kutros (pentola). Il senso traslato del termine, che testimonia una continuità linguistica del dialetto tarantino con l’idioma dei colonizzatori venuti da Sparta, si comprende se si osserva un citro: l’acqua dolce, salendo a pressione dalla bocca che si apre sul fondo, ribolle in superficie, proprio come in una pentola sul fuoco, formando un cerchio separato dal mare circostante.
Certamente i Parteni guidati da Falanto si insediarono a Taranto anche perché il Mar Piccolo offriva loro le sue ricche risorse naturali. I pesci ed i molluschi dei mari di Taranto costituivano infatti una illimitata riserva alimentare per le popolazioni locali grazie all’ecosistema (in parte conservatosi sino ad oggi) per cui le sorgenti sottomarine di acqua dolce funzionano da regolatore della salinità e della temperatura delle acque facilitando lo sviluppo delle specie marine. Wuilleumier, autore nel 1939 dell’insuperata opera Taranto: dalle origini alla conquista romana, dice infatti che al tempo della Magna Grecia si contavano in Mar Piccolo novantatre speci di pesci. E grazie all’azione dei citri potè svilupparsi sin dall’antichità, come detto, la coltivazione delle cozze e delle ostriche.
Il legame tra Taranto e i suoi citri è stato sempre molto stretto tant’è che, come ricorda Giacinto Peluso (“Nei mari di Taranto”, Fondazione Ammiraglio Michelagnoli, 2002), essi sono anche stati cantati da Tommaso Niccolò D’Aquino nelle “Delizie Tarantine” con il noto verso “Ivi dolce onda, oh meraviglia ! sbocca / Tra ’1 salso umor, in cui sarà nutrito / L’eletto seme, e quanto più lo tocca / L’alma sorgiva….”
Vari studiosi hanno discusso dell’origine dei citri. I loro pareri sono concordi nell’affermare che dal punto di vista geologico i citri sono l’effetto di fenomeni carsici che si verificano nell’altopiano delle Murge: le piogge si raccolgono in bacini sotterranei passando attraverso le rocce calcaree del terreno, per poi essere convogliate in gallerie a pressione sfocianti in crateri sotterranei (profondi sino a 30 mt.) che si aprono sui fondali del Mar Piccolo in prossimità del Galeso, degli ex Cantieri Tosi e nella parte orientale del II Seno. Ma citri sono anche quelli da cui sgorgano, in terraferma, lo stesso Galeso ed il Cervaro (anche detto fiume dei Battendieri). E un citro è il famoso grande Anello di San Cataldo un tempo chiaramente visibile dalla ringhiera nei pressi del molo S. Eligio che erogava più di 300.000 mc. al giorno.
Uno dei massimi studiosi dei citri è stato Attilio Cerruti, non dimenticato fondatore del glorioso Istituto Talassografico (ora Iamc-Cnr, Istituto dell’ambiente marino costiero – Sezione di Taranto). Nei suoi articoli si legge che “Le sorgenti sottomarine che si osservano nel Mar Grande e nel Mar Piccolo di Taranto, chiamate in dialetto « citre », « uècchje » (occhi) e da taluni « citrelli», hanno sempre attratto l’attenzione degli studiosi. del Mar Piccolo esse sono numerose ma, sebbene talune sgorghino da discrete profondità ed eroghino una notevole massa di acqua, soli tuttavia lungi dall’avere l’importanza dell’unica sorgente del Mar Grande, conosciuta col nome di « citre du mare masce (mase) » oppure di «anjèdde de San Catàvede». (…) Come potei infatti provare, di solito, durante il periodo che va dal novembre ai successivi mesi di febbraio o di marzo (a seconda delle annate), i citri forniscono acque, più calde alle fredde acque del Mar Piccolo; che di solito dal marzo al successivo novembre le acque dei citri contribuiscono – specie nei mesi si più caldi dell’anno – a raffreddare le acque a temperatura elevata del detto mare; e che, infine in novembre ed in febbraio (od in marzo) le loro acque presentano presso a poco la temperatura delle acque del Mar Piccolo. Un citro che eroghi per esempio giornalmente intorno alle 50.000 tonnellate di acqua (e parecchi ne forniscono di più) durante una calda giornata di luglio o di agosto può sottrarre al Mar Piccolo più di 180mln di grandi calorie nello spazio di 24 ore. (L’intero articolo è pubblicato nel “Corriere del giorno” del 16 giugno)