Quali pensieri agitano un chirurgo mentre, con mani abili, intreccia l’ordito della vita del suo paziente? Se, poi, si tratta di un chirurgo di gran classe, di un Direttore di Clinica, addirittura, forse che i pensieri sono più elevati, o, esulando dal tecnicismo, riguardino addirittura la filosofia della vita? O, ancora, se il nostro chirurgo ha un bagaglio classico, non è forse possibile che i suoi pensieri, seguendo il filo della memoria, tornino ai luoghi natii, a quella Taranto greca, che gli è sempre rimasta nel cuore? Ed ecco, allora, che il pensiero, facendo un salto indietro di secoli, gli fa tornare in mente i suoi anni all’Archita, a quel Seneca che, nelle sue “Lettere a Lucilio”, descrive mirabilmente gli ingredienti di un qualsiasi abbozzo di felicità, il vero punto cardine di una vita ben vissuta e, soprattutto, ben spesa. Ma il nostro professore è un figlio del suo tempo, di una stagione, cioè, di estrema incertezza e di ben pochi valori, ed allora gli sembrerà più consono abbandonare la filosofia di Epicuro e ricercare, nelle testimonianze di innumerevoli sofferenze di corsia, i perché di una voglia quasi patologica di complicarsi l’esistenza, quasi un desiderio cogente di infelicità. Ed è proprio sulla ricerca paradossale del l’infelicità che si articola il bel libro di Gennaro Favia, Direttore emerito della cattedra di Chirurgia dell’Università di Padova, che cerca di indagare nei meandri dell’”Ego”, questo desiderio, spesso inconscio, di complicarsi l’esistenza, chiamando, a sua volta, sul banco degli imputati, la cattiva politica, la malasanità, le ruberie, la corruzione, l’insipienza della Pubblica Amministrazione, ma anche l’amore, la speranza, la famiglia, i figli. Ma partiamo dall’inizio, da quando per Rino Favia, il bene era un valore ben distinto e il suo opposto, il male, un disvalore altrettanto riconoscibile ed entrambi ben presenti nei vicoli della città vecchia dove il nostro futuro chirurgo era nato e cresciuto. Si trattava, tuttavia, di due categorie per nulla astratte, identificative di una società fatta di piccoli pescatori, artigiani, commercianti e di altrettanto piccoli professionisti che avevano, perlomeno, l’orgoglio delle loro condizioni sociali. E, del resto, non era stato il suo papà e i professori delle Medie ai Gesuiti e, più tardi, quelli del Liceo Classico, che gli avevano insegnato come l’onestà e la rettitudine fossero, prima ancora, che modelli di comportamento, veri e propri modelli di vita? E questi insegnamenti Rino Favia se li era tenuti ben stretti, prima alla Facoltà di Medicina di Padova, dove, il nostro futuro professore si era iscritto, procurando un pizzico di delusione al padre che lo avrebbe voluto ingegnere navale, e più tardi nell’esercizio della sua professione sempre all’interno della carriera accademica e sempre nella città di Antenore? E li ha saliti tutti i gradini di questo “cursus honorum”, fino a diventare un luminare della chirurgia addominale, con numerosi riconoscimenti internazionali, fino all’anno scorso, quando cioè è stato messo in concedo con onore, rimanendo, tuttavia, nell’ambito universitario a fare ancora da guida ai suoi numerosi discepoli. E, allora, come mai, per uno come lui, che, tutto sommato, se non proprio la felicità, almeno, una parvenza di essa l’aveva assaporato, questo suo voler indagare sui meandri della psiche umana e sul consesso sociale, riportandone la sensazione amara di una voglia incoercibile di infelicità. Tuttavia, non ci si lasci ingannare da un titolo vagamente proustiano, in quanto si tratta di un vero e proprio libro di denuncia, un “j’accuse” spietato alle principali articolazioni della nostra società, dove quei valori di prima si confondono e si mischiano in un magma grigio, indistinto e indistinguibile, con una corruttela così diffusa, da lasciare pochi spazi alla speranza. E, per l’occasione, Rino Favia, ripone il bisturi e sfodera un’ascia ben affilata, menando fendenti di cui, almeno stavolta, non si preoccupa delle cicatrici che potrà lasciare: “l’Università? Un parentificio dove non c’è posto per il merito e dove l’insipienza, se non proprio la disonestà, regnano sovrani. Gli ospedali? Luoghi di pena e sofferenze, ammorbati da una burocrazia ottusa e autoreferenziale. La politica? Un luogo dove il malaffare ha sostituito l’arte del buon governo, dove il particolare ha sempre la meglio sull’interesse dei cittadini. Gli Enti pubblici? Carrozzoni informi, dove il clientelismo e l’ignavia hanno la meglio sulla professionalità e il rispetto per la gente”. E, via di questo passo, senza fare alcuna distinzione tra Destra e Sinistra, entrambi responsabili della situazione disastrosa in cui versa il nostro martoriato Paese. E fendenti anche ad una Magistratura sempre più protagonista, a scapito della privacy del povero cittadino che, da un giorno all’altro, senza neppure sapere il perché, si trova esposto al “ludibrio delle genti” e ad una macchina statale che, novello Crono, inghiotte le sue stesse creature. Detta così, sembrerebbe, un denuncia qualunquistica e poco costruttiva, una sorta di sfogo alla Beppe Grillo, proveniente stavolta da un esponente della Borghesia più coscienziosa. Non è così, anche perché si intravede, alla fine di questo di questo percorso labirintico e disperante, un filo di speranza: sono quei giovani che, nella vita di Gennaro Favia, hanno sempre rappresentato il filo sottile di un domani migliore. Solo che prendano coscienza del proprio ruolo e del recupero di quei valori che sembrano davvero perduti per sempre.