Sarà stato lo “stellone” dei miroglini. O forse è proprio vero che l’Italia è unita soprattutto nelle disgrazie, tanto da far cambiare verso alla fortuna.
Come ieri ad Alba, quando centinaia di lavoratori della Miroglio, quelli di casa, hanno pazientemente atteso che i miroglini in trasferta facessero la loro protesta quasi chiedendo scusa del disagio arrecato e, guarda un po’ come va il mondo certe volte, riuscissero persino ad ottenere il ritiro (con un impegno formale) dei licenziamenti. E’ finita con strette di mano e pacche sulle spalle: «Bravi!». Quasi ammirati, loro, di questo manipolo di lavoratori che ha vinto una battaglia importante, certo non ancora la guerra che “un giorno o l’altro può toccare tutti”.
E’ il miracolo di Alba, che in un giorno ha rovesciato l’esito di un confronto impari che sembrava senza uscita. «Il signore ci ha illuminati – racconta uno dei 150 operai ginosini -. Anzi ha illuminato Miroglio, mutando la nostra rabbia in gioia». Quella dei miroglini, insomma, sembra una storia con i temi e la scansione di un’epopea: il viaggio, la sofferenza e la rinascita. Romanzo del lavoro in cui il finale straccione di martedì pomeriggio si è tramutato, a distanza di 24 ore, in una saga a lieto fine. “La classe operaia va in Paradiso”, come il titolo d’un vecchio film di Elio Petri: ha ancora un senso dirlo, anche se i sociologi si affannano a teorizzare che la classe operaia non esiste più. Ha senso, invece, ricordarlo soprattutto dopo che questa gente è passata per il limbo della cassa integrazione e ha visto molto da vicino l’inferno della mobilità.
E ha senso riflettere su un’Italia bella e invisibile, quella della solidarietà tra albesi e ginosini. Degli operai del Nord che hanno aperto le loro case ai ragazzi del Sud. Del sindaco di Alba che ha ascoltato il loro tormento e il parroco che gli ha dato conforto offrendo gli spazi della sua chiesa.
«La più bella conquista che abbiamo fatto – riflette uno dei miroglini – è stato l’affetto di una città. Ci hanno portato da mangiare nelle tende, ci hanno offerto il caffè». Un risultato che si poteva ottenere solo in un modo: «Scusate il termine – dice a bassa voce l’operaio – ma ci siamo davvero spaccati il c…». Come sempre.
Massimo D’Onofrio