Furono due contemporanei di genio, il musicista Giovanni Paisiello (1740 Taranto – 1818 Napoli) e lo scrittore Johann Wolfgang von Goethe (1749 Francoforte – 1832 Weimar). Ambedue vissero a lungo, furono precoci e molto produttivi, ebbero un successo europeo eccezionale, corteggiati e ammirati ben oltre i confini della loro nazione e cultura, influenzando nelle diverse arti l’epoca loro e, sebbene a diversi livelli, anche quella successiva.
Ambedue guardarono agli sconvolgimenti politici e sociali del loro tempo con attenzione, curiosi e aperti al nuovo, l’uno, lo scrittore tedesco, alla rivoluzione francese, l’altro, il musicista italiano, a quella napoletana del 1799. Ambedue furono affascinati dall’ascesa di Napoleone. Nessuno dei due aderì alla restaurazione dopo il congresso di Vienna, (1815), nel segno della Santa Alleanza, verso la quale essi nutrirono profondo disgusto.
Paisiello iniziò verso il 1772 il suo trionfale percorso europeo. Goethe lo seguì dappresso. Dopo aver pubblicato nel 1774 il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther”, lo scrittore tedesco divenne immediatamente famoso anche oltre i confini nazionali, influenzando in Italia, tra gli altri, Augusto Monti (“Aristodemo”) e Ugo Foscolo (“Jacopo Ortis”). Due anni dopo Goethe, che aveva anche dei solidi studi di diritto alle spalle, fu chiamato dal conte dello stato Sassonia-Weimar a occuparsi sia dell’amministrazione sia della vita culturale a Weimar, capitale del granducato. Nel corso degli anni Goethe si conquistò la fiducia del conte, fece carriera, divenne ministro ed ebbe anche il titolo nobiliare nel 1782. Ancorché impegnato in questioni molto pratiche (miniere, strade, scuole, università), Goethe si dedicò anche allo sviluppo del teatro recitato e cantato.
Il primo giudizio di Goethe sul musicista tarantino è del 26 settembre 1779. Scrive di aver visto a Strasburgo, allora città tedesca, “L’Infante di Zamora con la musica davvero eccellente di Paisiello”. Si tratta del dramma giocoso in 3 atti, intitolato “La Frascatana”, libretto di Filippo Livigni, rappresentato per la prima volta al Teatro S. Samuele di Venezia nell’autunno del 1774, rivista e ripresentata come “L’infante de Zamora”, per la prima volta a Strasburgo nel 1779 e poi a Versailles nel 1781, a testimonianza della fama europea di Paisiello.
Il giudizio entusiastico di Goethe per Paisiello non fu episodico. La sua ammirazione rimase costante per tutta la vita, tanto da spingerlo a rammaricarsi più volte di non conoscere tanto bene la lingua italiana da poter scrivere libretti per Paisiello. In una lettera spedita da Weimar il 20 giugno 1785, Goethe comunica al musicista Philipp Christoph Kayser il suo giudizio sul “Re Teodoro in Venezia” di Paisiello, rappresentato su libretto di Giambattista Casti, per la prima volta a Vienna nel 1784: “bello oltre ogni dire”. La bellezza della musica di Paisiello è data, a giudizio di Goethe, dalla leggerezza della lingua, alla quale aderiva bene una musica che suggeriva lievità, pur trattando temi profondi.
Nelle ristrettezze economiche del granducato di Weimar, Goethe non riusciva sempre a trovare i fondi per allestire un adeguato programma musicale e teatrale, come scrive in una lettera del 26 gennaio 1786. Ne soffriva, a suo giudizio, non soltanto l’educazione del pubblico tedesco, ma di riflesso anche il talento degli artisti, tra i quali egli includeva anche se stesso. Questi, non avendo la possibilità di verificare come il pubblico reagisse a quanto essi mettevano per iscritto, avrebbero continuato a comporre nel vuoto, sempre più incerti e sempre più isolati. (la versione integrale dell’articolo è apparsa alla “Corriere” del 6 giugno 2012)