I tumultuosi strascichi del referendum del 2 giugno a Martina Franca

Il 2 giugno 1946, a tarda sera, Martina Franca si riscopre tra i comuni italiani che, nelle votazioni del Referendum istituzionale, hanno espresso un consenso quasi unanime al Re. Lo spoglio delle schede,infatti, si rivela anche nella cittadina jonica un vero plebiscito: 14.207 preferenze alla Monarchia contro sole 2.308 date alla Repubblica, poco più della sommatoria dei voti conseguiti  ti      singolarmente dai partiti di sinistra.
Per comprendere le ragioni delle dimensioni del successo monarchico sarebbe riduttivo ricercarle unicamente nell’analisi dell’ambiente in prevalenza rurale – diffusione dei piccoli proprietari agricoli, conservatori per natura – e nell’influenza certo non marginale del clero. Occorre, cioè, valutare anche fattori legati a errori politici di strategia da parte delle forze democratiche e progressiste locali.
Gli anni del dopoguerra sono caratterizzati  a Martina Franca, da un clima generale di conflittualità e di tensione esistente tra i partiti e nel paese.    La fuga dall’Ospedale “Virgilio” di Roma del generale Roatta – ritenuto responsabile dell’assassinio dei fratelli Rosselli e della mancata difesa della Capitale – diventa pretesto per trasformare la manifestazione di protesta organizzata l’8 marzo 1945 dai partiti di sinistra, nella richiesta di dimissioni del sindaco liberale di nomina prefettizia. La richiesta viene formalizzata nella stessa mattinata al Prefetto di Taranto da una delegazione dei partiti comunista e socialista; ne segue una serie di incidenti, la cui cronaca è ampiamente riportata in una corrispondenza da Martina Franca su “ La Gazzetta del Mezzogiorno” del 17 marzo 1945:
“ Nello stesso pomeriggio ad iniziativa dei social comunisti viene convocato d’urgenza il Comitato Comunale di Liberazione per decidere sulla scelta del nuovo sindaco. Il Comitato si aggiornò a sabato onde poter prendere contatto con i partiti allo scopo di risolvere la crisi amministrativa. Nel pomeriggio di sabato i rappresentanti del Partito Liberale presentarono un ordine del giorno con il quale, in vista delle prossime elezioni amministrative, il Partito chiedeva che si superasse la crisi medesima e riconfermava la sua fiducia all’amministrazione in carica. La proposta venne approvata dai rappresentanti del Partito Democratico Cristiano, da quello Democratico del Lavoro e dal Partito d’Azione, mentre i social comunisti votarono contro. Mentre si procedeva alla stesura del verbale il rappresentante comunista rivolse parole offensive ai rappresentanti della Democrazia del Lavoro e a quello del Partito d’Azione per cui la seduta fu sospesa e rimandata. Il Comitato ebbe a riunirsi un’altra volta nel pomeriggio di domenica  sempre sulla sede del Comune. Poiché non si era addivenuti ad una mozione finale e giacchè i social comunisti proponevano la nomina di un commissario da scegliersi fra i due partiti social comunisti, gli altri rappresentanti dei partiti chiesero di poter conferire con i loro capi partiti aggiornando la seduta, per volere dei social comunisti,a sole due ore dopo. Mentre però i rappresentanti del Comitato di Liberazione si accingevano a lasciare la sede del Comune, questa fu invasa da una turba di cittadini che gesticolando, gridando e minacciando i rappresentanti dei singoli partiti, chiedevano la immediata nomina del Sindaco nella persona di un comunista. Si deve alla calma ed al buon senso dei singoli rappresentanti del Comitato di Liberazione se non si ebbero a lamentare incidenti gravi che comunque potevano degenerare. Finalmente, chiamato d’urgenza, giunse il Commissario di P.S. il quale riuscì a calmare un po’ gli animi e a permettere ai componenti del Comitato di potersene uscire liberamente.
La stessa sera di domenica alle 21 il Comitato di Liberazione si riuniva nella sede del Partito Liberale con l’intervento dei rappresentanti social comunisti. Mentre si discuteva intervenne nuovamente la folla  dei social comunisti che cominciò nuovamente a tumultuare chiedendo a gran voce l’elezione del sindaco comunista. Dopo la seduta i rappresentanti social comunisti arringarono la folla, dopo di che andarono via mentre i tumultuanti restarono a minacciare la sede e i componenti il Comitato di Liberazione rimasti dentro quasi prigionieri. Dopo varie grida i tumultuanti cominciarono a rompere i vetri e solo dopo l’intervento un po’ tardivo della P.S. i componenti del Comitato di Liberazione potettero uscire incolumi.    E’ da premettersi che nella stessa mattinata i comunisti avevano arbitrariamente chiuso il circolo “Nazione Cittadina” consegnando le chiavi al Commissario di P.S., mentre avevano diffidato e minacciato di rappresaglie qualora non si fossero allontanati un operaio della Società Elettrica Pugliese, il Direttore dell’Ufficio Imposte e un impiegato dell’Unione Agricoltori; mentre avevano diffidato il proprietario  di un caffè a non permettere più ad alcuni clienti di soffermarsi nell’esercizio.    Nella mattinata di lunedì rappresentanti del Partito Liberale, d’Azione e Democratico Cristiano si recarono a Taranto presso il Prefetto per esporre i fatti chiedendo che venisse accolta la mozione votata a maggioranza dal Comitato di Liberazione, di nominare cioè a Commissario Prefettizio un funzionario statale. (L’intero articolo è pubblicato nell’edizione cartacea del 2 giugno)

 

sabato, 2 giu 2012 - 17:54

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