Gli operai e il “grande capo”. I miroglini faccia faccia con Miroglio, Giuseppe per l’esattezza, amministratore delegato ultimo discendente della stirpe dei tessitori di Alba che ora, mala tempora currunt, non filano più o quasi.
Si vedranno oggi a Roma nella sede di Confindustria per provare, insieme, a uscire dall’incubo di una vertenza che dura da 39 mesi. Ma prima di questa tappa, un paio di operai ginosini, Nino Salluce e Mimmo Giannuzzi, sono passati dal Corriere per fare il punto e raccontare il tormento loro e di una comunità intera. «Perchè noi e le nostre famiglie – dice Salluce – stiamo soffrendo perchè in questa storia ci giochiamo tutto: il futuro, il lavoro, i mutui, gli affetti. Viviamo difficoltà quotidiane e ci aiutiamo tra di noi, perchè la sofferenza ci unisce». E acuisce la voglia di lottare, di non mollare. Giocando il tutto per tutto e mettendoci la faccia tosta e disperata di chi sta con un piede in cassa integrazione e con un altro in mobilità.
Le date, da ricordare, sono come grani di un rosario da sgranare: «Dal marzo 2009 siamo in cassa integrazione, dall’8 luglio saremo in mobilità – spiega Giannuzzi -. Sempre se non succede qualcosa». Che cosa può succedere? «Venerdì (oggi per chi legge) incontriamo Giuseppe Miroglio.
E’ la prima volta che lo vediamo dopo l’inaugurazione dello stabilimento nel 1997. Allora – ricorda – lui aveva vent’anni, oggi è il grande capo».
Nel frattempo nel “pianeta Miroglio” è cambiato tutto: questione anagrafica, oltre che di scelte strategiche di politica industriale. Il “commerciale” ha preso il posto dei prodotti, i brand hanno archiviato una storia fatta di filatura e tessitura. Come quella “di Puglia”, sorella minore di un Sud arrivato a rimorchio e che a Ginosa e Castellaneta, pur con buoni risultati, ha avuto poca fortuna e breve vita.
Del resto, è lo “stile Miroglio” che non è più lo stesso: «Il cambio generazionale l’abbiamo avvertito – spiega Giannuzzi – soprattutto da quando non c’è più il ragionier Franco Miroglio, che veniva spesso a Ginosa e quando andavamo ad Alba ci pagava il caffè al bar». «Il 7 maggio scorso – continua il racconto – siamo stati di nuovo ad Alba e abbiamo incontrato Carlo Miroglio, ormai 92enne, e l’abbiamo salutato con affetto. In passato si parlava con quattro persone: Franco, Carlo appunto, il direttore tecnico e quello del personale e tutti dicevano la stessa cosa. Poi, c’è stata un po’ di confusione, di rapporti umani affievoliti sino a non sapere più con chi parlare».
L’incontro di oggi a Roma, forse, arriva troppo tardi. «A Miroglio chiederemo di rispettare gli impegni assunti al Ministero dello Sviluppo economico 3 anni fa. Gli diremo di ritirare i licenziamenti e di rimettere al centro dell’attenzione la ricollocazione di tutti e 223 i dipendenti, non pensando solo al profitto ma alle risorse umane, cosa che peraltro è scritta nel suo codice etico». Basterà? «Non lo so – fa spallucce Giannuzzi – ma è la nostra penultima speranza per far cambiare le posizioni in campo. Sarà difficile ma il confronto è importante perchè è tra noi lavoratori e la proprietà, senza altre presenze. Vedremo se Miroglio avrà una soluzione in tasca».
Penultima speranza: e l’ultima? «Noi siamo già pronti – dicono Giannuzzi e Salluce - per andare ad Alba a manifestare, il 5 giugno, perché il confronto deve allargarsi ai territori e alle istituzioni. Manifesteremo ad oltranza sino a quando il gruppo Miroglio non troverà una soluzione che ci faccia tornare al lavoro, così come è stato fatto per lo stabilimento di Saluzzo, riconvertito da Miroglio attraverso una joint venture: oggi produce filo dalla plastica riciclata, perchè non farlo anche da noi? Miroglio ha chiuso l’ultimo bilancio con 1140 milioni di euro di ricavi ed una crescita del 4%: non è certo un’azienda in crisi».
Gli operai, a furia di trattative e “ristrette” nel Ministero, hanno imparato molti meccanismi. E a far di conto con cifre che vanno ben oltre i 600-800 euro della busta paga di un cassintegrato: «Sapete quant’è costata questa vertenza sino ad oggi?», attacca Giannuzzi. E spara i suoi numeri: «In 39 mesi di cassa integrazione – elenca - sono stati spesi 10 milioni in cassa integrazione; 5 milioni di integrazione da parte di Miroglio; 1,3 milioni della Provincia per i corsi di formazione; abbiamo fatto 34 viaggi a Roma per altrettante convocazioni, a 1200 euro per ogni pullman. Paradossalmente, per Miroglio sarebbe stato più conveniente lasciare aperto lo stabilimento… Proviamo tanta rabbia per questi soldi pubblici spesi per nulla, visto che il lavoro non ce l’abbiamo».
Scorrono ricordi, immagini, volti, progetti, accordi visti e scomparsi nel nulla. «C’è stata molta approssimazione e superficialità – riflette Giannuzzi – nel gestire la vertenza come mille altre, con iter-fotocopia, senza capire se le proposte di riconversione fossero basate su progetti seri e fattibili. Ricordo i casi Intini, Be4Energy e Marcolana, che è persino finito in Procura. Ombre su un percorso lungo e difficoltoso, in cui il Ministero ha molte responsabilità. In questi progetti mancavano i presupposti di fattibilità e, invece, sono stati “venduti” come fossero speranze di salvezza per il territorio…».
Erano bluff e pure male acconciati: «Nessuno sino ad oggi ha mai presentato un piano industriale, nemmeno Barbero che vuole subentrare nell’impianto di Castellaneta dando lavoro a 50 persone. Del resto, offrire gli stabilimenti a costo zero, così almeno ha sempre detto Miroglio, ha attirato molti speculatori». Innescando una catena fatta di errori e strane decisioni. Salluce ne rispolvera uno, esemplare: «Nel 2008 – spiega – abbiamo capito che la crisi finiva male. Successe che Crespi, un’altra azienda tessile, chiese a Miroglio se potevamo fargli 2 milioni di filo: per noi era un anno di lavoro eppure l’azienda rifiutò. Capimmo che era finita».
Ora, al contrario, bisogna riaccendere i riflettori su una vertenza-simbolo per l’intero territorio ionico. «Ripartendo dall’accordo del 5 marzo 2009 al Ministero – sottolineano Salluce e Giannuzzi - che per noi è una cosa seria, non un pezzo di carta». «E ricordando al Ministero di chiedere conto alla proprietà dei soldi pubblici incassati con la legge 181 e degli impegni successivi». Con alcuni paletti che, stavolta, vanno fissati per bene, perchè il mese di giugno è davvero la dead line: «A chi vuole subentrare diciamo che lo stabilimento diventerà suo solo quando assumerà tutti i 223 dipendenti. E alla Regione, che darà incentivi a chi dovesse subentrare, chiediamo di accertare se si tratta di progetti chiari, finanziabili e sostenibili dal territorio».
Patti chiari, dunque, e consigli. Uno, mirato, a Miroglio: «Si è circondato di progetti e personaggi fasulli, mentre è necessario legarsi al territorio, ai sindaci e alla Regione Puglia, che può offrire finanziamenti».
Infine, l’appello. Giannuzzi scandisce parola per parola: «Chiediamo al territorio, alla politica, alle istituzioni, ai sette sindaci interessati (Ginosa, Laterza, Castellaneta, Palagiano, Palagianello, Massafra, Taranto), ai segretari di partito, al presidente Florido e a Vendola di venire con noi ad Alba. In questo mese si decide il nostro destino: se Miroglio non cambia rotta dopo la protesta di Alba, il problema si riverserà sul territorio, sulle istituzioni. Non vogliamo morire di fame e per questo serve l’aiuto di tutti». La vertenza Miroglio, allora, può essere la riscossa di territorio, «ma solo se torniamo a lavorare…».