PALAGIANELLO – Intellettual-zappatori con la voglia di cambiare il mondo. O almeno di capire, fino in fondo, come va a finire questa paradossale storia dell’Italia alla rovescio, dove i poveri pagano per i ricchi e i derubati vanno in catene al posto dei ladri. Perché, seppure messi alle strette dalla crisi causata dalla turbo-finanza, «noi agricoltori non vogliamo suicidarci ma lottare per la nostra terra». Che è poi ciò che li rende “padroni” di se stessi.
La faccia feroce dello Stato
Del resto, quelle stesse “catene”, da icona della sopraffazione diventano oggettivo strumento di vessazione di cui liberarsi quando assumono le sinistre spoglie di ganasce fiscali, fermi amministrativi, pignoramenti e vendite all’asta. E, paradossalmente, può capitare che l’agricoltura che sfama l’Italia finisca per morire di fame. Indebitata sino al collo per 11 miliardi di euro con Equitalia (il 40% è concentrato al Sud) e per altri 40 miliardi con le banche; una condizione che sfocia irrimediabilmente, ad esempio nel caso delle 7-8mila aziende agricole tarantine, nell’avere a che fare con questo tipo di problemi e con gli enti di riscossione, la faccia feroce dello Stato.
Lo sbocco finale, e con un trend decisamente in crescita, è rappresentato dalle circa 400 aziende vendute all’asta nella sola provincia di Taranto o dal centinaio passato di mano nella vicina Basilicata.
Sono i numeri di un tracollo. Che, però, non vuol essere una resa, tantomeno senza condizioni. Perché i movimenti dal basso come il Tavolo Verde, che fanno della proposta l’arma per sterilizzare una protesta altrimenti inevitabile in mancanza di serie risposte ai problemi, puntano sull’analisi e sulle idee da trasformare in atti, provvedimenti, emendamenti e proposte di legge. Canalizzano il malcontento dandogli voce, danno sfogo ad una crisi che non è solo economica, ma di sistema e finanche semantica. Il dubbio, a quelli del Tavolo verde, è venuto ascoltando un sottosegretario all’Economia arrivato a confondere il settore agroalimentare con l’agricoltura tout court («l’agricoltura non è in crisi perché agroalimentare è forte…»), non sospettando, forse, che il primo “non è crisi” perché cannibalizza la seconda.
Riprendersi la parola
E allora che fare? «Intanto – racconta Paolo Rubino nel quartier generale del Tavolo verde a Palagianello – il 28 maggio a Ginosa Marina gli agricoltori si riprendono la parola e si rimettono in movimento. Per dire una cosa semplice e chiara: noi non ci suicideremo perché la vita è un bene unico e ci serve per cambiare questa società ingiusta. E serve a noi agricoltori perché vogliamo tornare a fare reddito».
«Noi – scandisce Rubino – non vogliamo tacere ma rimetterci in movimento per difendere la democrazia e rompere questa situazione stagnante». Partendo da una pietra angolare: «La presa di coscienza di essere lavoratori dipendenti che rischiano di scivolare verso forme di schiavitù. Siamo già su piano inclinato che ci porta a non essere più proprietari delle nostre terre ma lavoratori dipendenti, oggettivamente, delle multinazionali e della grande distribuzione organizzata. Perciò dobbiamo prendere coscienza di dover lavorare per noi stessi e per una grande riforma».
«Non la soluzione propinata dal Governo – continua Rubino -, vedi i voucher che determinano precarietà per imprese e lavoratori, ma la nostra idea: tornare a fare reddito e cancellare la forbice tra prezzo di produzione e prezzo di vendita».
«Noi non siamo evasori»
Gli ostacoli da superare, tuttavia, sono numerosi: «Monti – spiega l’onorevole – non ci ha convinto in ciò che ha detto ad Equitalia, perché non ha distinto tra chi oggi non è in condizione di pagare e chi evade: noi non siamo evasori ma una categoria massacrata da una politica agricola sbagliata ed aggrediti da enti che ci chiedono soldi non dovuti, vedi banche ed Inps». «Da Monti, invece, ci saremmo aspettati parole chiare e un impegno serio nel recuperare somme gigantesche da chi ha denaro nei paradisi fiscali, dai grandi evasori e da una illegalità che attraversa tutto lo Stato italiano e ci costa 70-80 miliardi di euro per tangenti, il prezzo della corruzione». E ancora: «Avremmo voluto sentire una parola chiara verso la riforma di uno Stato che è feroce quando deve prendere e totalmente assente quando deve riconoscere diritti dei cittadini. Le aziende agricole, ad esempio, aspettano ancora diversi milioni dei risarcimenti per le calamità del 2003, mentre in questi giorni leggiamo di un dipendente della Provincia di Taranto che si è appropriato di 750mila euro». Rubino parla di uno Stato che «non riesce a diventare moderno» e che resta sordo alle richieste del mondo produttivo, come nel caso del «rapporto conflittuale con Equitalia o della compensazione fra tasse e crediti».
Più legalità nel sistema
Battere i pugni sul tavolo, dunque, ma all’interno del sistema. «Tutti fanno professione di rispetto della legalità – insiste Rubino – e non si accorgono che se non si interviene subito modificando il decreto legislativo numero 231 del 2007, che regola la lotta contro il riciclaggio del danaro, estendendolo anche al giudice delle aste fallimentari, migliaia di aziende agricole finiranno nelle mani di chi ha bisogno di riciclare denaro sporco. E’ sufficiente estendere questa norma ai giudici dell’esecuzione per fare pulizia».
Fare pulizia nelle aste fallimentari
Un tema concreto che il Tavolo Verde, nei giorni scorsi, ha sottoposto al presidente del Tribunale di Matera, Giuseppe Attimonelli Petraglione, e a quello di Taranto, Antonio Morelli, ricevendone “molta attenzione”. «Su questo versante – attacca ancora l’ex parlamentare Ds - chiediamo il blocco delle vendite all’asta delle aziende agricole sino a quando non sarà modificata la legge, dotandola di strumenti che evitino la macelleria sociale. Se la finanza usuraia sta facendo fallire gli Stati, figuratevi che cosa può succedere ad un cittadino indifeso».
Sullo sfondo, ma sempre attuali, restano altri grandi zavorre dell’agricoltura: la mancata innovazione, le quote latte e i falsi splafonamenti (“costati 4,5 miliardi di euro alle casse pubbliche, mentre bisogna far pagare i veri colpevoli” dice Rubino), il governo dell’acqua (nel Tarantino costa quattro volte rispetto alla vicina Basilicata), il piano agrumicolo regionale (“risalente al 1998 e finanziato all’epoca con 5 miliardi di lire ma mai attuato”), i contenziosi sui crediti con l’Agea “vinti dagli agricoltori e rimasti ancora bloccati”.
La campagna d’autunno
Uno scenario da incubo in cui, come se non bastasse, è “piovuto” dal cielo anche l’alluvione del marzo 2011, che ha lasciato dietro di sé devastazioni per decine di milioni e, ancora, nessun tipo di risarcimento. «Partiamo adesso – avverte Rubino – ma entro l’autunno vogliamo capire come la politica si rapporta con un nostro punto dirimente: la moratoria dei debiti. Finalmente l’Idv ha presentato in Parlamento una proposta di legge, che noi sottoscriviamo in pieno. Su questo vogliamo vedere come si muoverà la Regione Puglia, sapendo che oggi non basta più d’essere d’accordo ma bisogna assumere pienamente la rappresentanza degli agricoltori. In caso contrario, in autunno, avremo la Regione come controparte e torneremo a protestare sulle strade come nel 2004».
La moratoria per uscire dalla crisi
Sul tema scottante della moratoria dei debiti, Saverio De Bonis (coordinatore Federazione Italiana Movimenti Agricoli) aggiunge altri particolari: «La moratoria è stata costantemente rinnovata dal 2009 per altri settori, lasciando a 260mila imprese oltre 15 miliardi di liquidità, tuttavia l’agricoltura è stata lasciata fuori, discriminata ingiustamente».
Un “nodo” che può arrivare sino ai Palazzi europei di Bruxelles: «Chiederemo che nella Pac vi sia una selezione più spinta per stabilire chi ha diritto ai contributi europei, ma per noi la moratoria è una precondizione. Non basta parlare di trasparenza delle filiere, come fa il ministro Catania, bisogna eliminare lo squilibrio nella ripartizione del valore aggiunto: commercianti e grande distribuzione si “mangiano” quello degli agricoltori. L’indicatore di costo può essere un buon punto di partenza, ma bisogna pur ricordare che noi abbiamo regalato alla società prodotti il cui potere d’acquisto è fermo a 40 anni fa, mentre le politiche agricole delegate all’agroindustria hanno provocato la crisi dell’intero settore».
No alle lobby degli affari sporchi
Il disegno che sta dietro questo enorme disastro? «Cacciare gli agricoltori dalle terre – scandisce De Bonis – per farvi entrare le lobby degli affari sporchi. E invece l’agricoltura andrebbe messa al centro della politica nazionale. Siamo ultimi in Europa con il reddito crollato del 35% negli ultimi dieci anni: subiamo uno scippo continuo e legalizzato, grazie ai meccanismi coi quali l’industria drena risorse agli agricoltori. Ciò che vogliamo è evitare il rischio di sterminio collettivo dell’agricoltura: per questo non staremo più zitti».