GINOSA – La fine è l’inizio. I playoff del Taranto partono quando non c’è più l’amichevole e la squadra sta rientrando. La gente chiama Prosperi, il capitano. Chiede che i giocatori tornino sul campo, per un abbraccio simbolico. E quelli tornano, incassando applausi e incoraggiamento. “Ragazzi, non ci tradite”, canta il migliaio di persone arrivato a Ginosa per partecipare a un sogno sghembo (andare in serie B, sperando che il futuro non riservi brutte sorprese). E nel coro c’è tutto: serve a dire che ormai hanno tradito tutti, a cominciare da una società sull’orlo del crac (e ieri assente, c’era solo l’addetto stampa Sebastio) e fino all’altro giorno ancora intenta a dipingere una grandezza accartocciata, per finire a una città (quella che conta, se davvero esiste e se davvero conta) che ha promesso senza mantenere, che sostiene di essersi mobilitata muovendo però soltanto parole. Se intorno c’è questo “non ci tradite” vuol dire “almeno voi, non fatelo”.
È la squadra l’ultimo appiglio. Sono i playoff che nemmeno dovevano esserci (se non ci fossero state le penalizzazioni) ad alimentare una passione cieca: non si sa se ci sará una prossima stagione («Ci potrebbe essere questo rischio», dice Dionigi), se ci sarà partirà con una penalizzazione di almeno sei punti, ma ora bisogna vincere e chissenefrega (infatti Dionigi dice: «Noi dobbiamo concentrarci sul presente: vogliamo la promozione»).
Ecco, come si manifesta il tifo. Senza troppe domande. E con colori, fumogeni, petardi, megafoni e tamburi: è un’amichevole, ma quello è il pretesto. Pare una sorta di happening: chi ci crede, c’è (se può esserci, ovviamente). Con tanto di cori contro l’attuale proprietà e messaggi per il futuro eventuale. “Meglio senza pallone che con Pieroni”, è lo striscione esposto a partita in corso. La trattativa, almeno quella che si conosce, non piace al popolo che tifa.
La squadra, invece, piace. Ogni giocatore che passa riceve ovazioni. Dionigi prima è osannato, poi salta anche al ritmo degli ultrà. Come “uno di noi”, perchè è un altro che insegue un obiettivo assurdo (nel frattempo è entrato nel mirino del Siena) per lasciare di sè il ricordo dell’impresa. Due entità si saldano, nel giovedì che precede la semifinale di Vercelli. Il resto, rimanga pure fuori. Ormai questa sfida alla storia appartiene a chi gioca e chi sostiene. Lo ribadisce una delegazione di ultrà alla squadra, in un rapido incontro prima del ritorno a casa: incoraggiamento puro, gratitudine. Non si ricorda una squadra con questi valori e, quindi, merita rispetto e calore. E cortei di auto spontanei, che scuotono la tranquilla e ospitale Ginosa, cittadina quasi emozionata, a giudicare dai volti.
Sul campo scorre la partita, ma questo è un altro discorso. O forse no: perché a giudicare dall’approccio dei giocatori la concentrazione è giusta, non opprimente. C’è voglia, non frenesia. «Quando l’anno scorso vennero i tifosi in allenamento si respirava tensione – racconta Dionigi -, forse era eccessiva la carica che i giocatori assorbivano, erano contratti. L’esperienza è servita: vedo tutti più maturi. Infatti siamo più sciolti».
In verità cori dagli spalti e facce in campo dicono che tutto, finora, è stato così bello e impossibile, che il giudizio non cambierà per una partita. Sarà gioia o dolore, ma comunque sarà difficile da ripetere. Quindi difficile da rimuovere. La sintesi di questo ragionamento è ancora nel “rientro” finale della squadra: Bremec arriva con la videocamera accesa e riprende tutto. Comunque vada a finire, questi momenti restano nella memoria.