Addio Donato Carelli, tarantino del “fare”

E’ finita nel modo più inatteso e doloroso, su un’autostrada lontano dalla sua Taranto, dai suoi affetti, dalla sua vita. Donato Carelli, il presidente, il cavaliere, il generoso amico di tutti, sempre pronto a dare una mano a chi ne aveva bisogno, ci ha lasciati così, senza parole e senza fiato. Come sempre stava lavorando, stava andando a Roma per uno dei suoi innumerevoli impegni, il non fare non era parte del suo vocabolario.

E’ un colpo che ci fa male perchè è andato via un uomo buono, uno dei presidenti più amati della storia del calcio tarantino, che tanto  ha dato e tanto ha anche pagato, pur tra alti e bassi (più i primi che i secondi), senza mai tirarsi indietro soprattutto quando c’era da aiutare la sua città o contribuire a dare lustro alla sua città. Per la quale ha dato tutto e anche di più: imprenditore di successo, presidente degli industriali, editore televisivo, ideatore e anima dell’Ippodromo Paolo VI, molto vicino alla boxe ionica, soprattutto presidente  del Taranto Calcio col quale ha scritto pagine indelebili di storia. E’ vero che nel luglio del 1993 la sua creatura rossoblu subì quella radiazione che ancora oggi stiamo soffrendo e pagando. Ma il contesto storico e personale nel quale si materializzò quella carognata della Federazione   (presidente Matarrese) sono molto più che una buona ragione per cui fu costretto a subire quella mazzata.

Nonostante le sue aziende in quegli anni attravresassero un momento di difficoltà per crisi di liquidità, non aveva abbandonato la squadra ed i suoi impegni. Anzi. Fu anche costretto a subire un’intromissione della politica nella sua vita che, nel più tipico stile della Prima repubblica, gli spolpò quel che gli era rimasto di illusioni, risorse, energie.
Un afoso  pomeriggio di maggio  di qualche anno fa a Roma, in piazza San Lorenzo in Lucina, mi sento chiamare «Uè Masò». Mi giro ed era lui, il ”presidente”. Non ci vedevamo da un po’, ma l’affettuoso e sincero abbraccio sancì l’ovvietà: il tempo non cancella amicizia, stima, simpatia. Facemmo colazione insieme, parlammo di Taranto, del Taranto, dei suoi crucci, ma sopratutto del Taranto. Non se ne faceva una ragione, a distanza di anni, di come  fosse finita la sua storia calcistica, di come ancora gli bruciasse la sensazione di essere stato raggirato da chi riteneva  amico. «I nemici devi saperteli tenere sempre amici» soleva dire, rilanciando così il grande desiderio di tornare un giorno a tingere di nuovi sorrisi il rossoblu.
Donato Carelli è rimasto nel cuore dei tifosi. E’ ricordato sopratutto per il grandissimo campionato di C1 dell’89-’90  che il Taranto, allenato da Clagluna e con Ermanno Pieroni direttore   sportivo, vinse a mani  basse, stabilendo il record di punti (48) per la serie C dei 2 punti per vittoria: 17 partite vinte, 14 pareggiate, solo 3 perse; 41 gol fatti 17 subiti. Era  il Taranto di Coppola, Evangelisti, Spagnulo, Raggi, Brunetti, De Solda, D’Ignazio, Insaguine, Picci, Sasso, Roselli, Gridelli, Mazzaferro, Agostini, Cossaro, Gentilini, Giacchetta.
Il 27 maggio 1990, battendo 2-1 la Ternana il Taranto neoretrocesso  tornava subito in serie B e nella grande baldoria dello spogliatoio, in uno dei suoi consueti slanci di generosità, si lasciò…andare: si sfilò dal polso un prezioso orologio d’oro e lo regalò ad un Evangelisti   che in mutrande, dentro una tinozza colma d’acqua stava perdendo ogni goccia di dignità…L’abbraccio durò qualche minuto.
Era questo Donato Carelli: uomo spontaneo, generoso, intuitivo. Arrivò per la prima volta in sella al Taranto Calcio il 13 luglio  1979. Il presidente uscente Giovanni Fico era sotto di quasi due miliardi delle vecchie lire ed in suo soccorso arrivò l’allora giovanissimo, ma già imprenditore affermato, Donato Carelli. Il Taranto era in serie B e il botto iniziale del neopresidente aveva i nomi di Roccotelli, Quadri, Legnaro, ovvero 700 milioni cash: un lusso per la categoria. Specie se insieme a loro c’erano i vari Caputi, Massimelli, D’Angelo, Pavone, Picano Turini, Beatrice, Glerean, Dradi, Scoppa, Petrovic, Buso, Galli. Non fu però un buon campionato. In panchina Capelli fu sostituito da Seghedoni, il Taranto riuscì a salvarsi.
Ma scoppiò, impietoso, il primo grande scandalo del calcioscommesse nazionale, legato ai nomi degli scommettitori romani Trinca e Cruciani, che portò in  manette il presidente del Milan, Colombo, e giocatori del calibro di Albertosi, Manfredonia e Giordano. Furono squalificati i rossoblu Massimelli, Petrovic, Quadri e Roccotelli e il Taranto fu penalizzato di 5 punti, punti che  significavano retrocessione.  La Caf spostò poi la sanzione al campionato successivo. Ma prima che questo partisse, Carelli, sentendosi tradito prima ancora che deluso,  il 19 giugno del 1980 passò la mano a Mimmo Greco.

Ma non poteva finire in questo modo. Il buon Donato non voleva lasciare  così il calcio tarantino. E dopo nove anni, esattamente il 29 giugno 1989, proprio il giorno  del suo 50esimo compleanno, nonostante il parere contrario della famiglia, raggiunse un accordo con Vito Fasano, rilevando il 70 per cento del Taranto per 5 miliardi di lire. Fasano e Galigani lasciarono così il campo a Carelli e Pieroni e nacque uno dei più forti Taranto di sempre. La squadra era appena retrocessa e, come detto, vinse trionfalmente la serie C.
E fu anche il Taranto che l’anno dopo, con Walter Nicoletti subentrato a Roberto Clagluna,  si tolse lo sfizio di battere 2-1 in Coppa Italia la Juventus in uno Iacovone con 23 mila paganti sugli spalti. Era un Taranto costruito per tentare la storica promozione in serie A: arrivarono Turrini, Clementi, Zannoni, Zaffaroni, Filardi. Ma ci pensò il Foggia di Zeman a spegnere ogni velleità. Il 30 dicembre 1990 espugnò 2-0 lo Iacovone, Turrini fu colpito da un sasso, la partita sospesa per 7 minuti, il campo squalificato per tre giornate: fine di sogni e ambizioni.
Fu comunque una salvezza tranquilla, a differenza del campionato successivo in cui il Taranto si salvò solo dopo lo storico spareggio di Ascoli con la Casertana. Un gol di Fresta a 9 minuti dalla fine del secondo supplementare lasciò  i rossoblu in B. Carelli anche quell’anno non smise di profondere energie ed entusiasmo. La panchina la affidò a Vitali, arrivarono Lorenzo, Muro, Soncin, Camolese, Bistazzoni, Ferazzoli, Fresta, Cavallo.
Nel ’92-’93, però, la  crisi di liquidità delle imprese di Donato Carelli, direttamente discendente dalle mutate e penalizzanti strategie dell’Italsider, lo costrinsero   a cedere i pezzi migliori (Brunetti, Ferazzoli, D’Ignazio, Turrini) e nonostante il cambio di guida tecnica (da Vitali a Caramanno) la squadra non ce la fece a salvarsi.
Ma Carelli, nonostante tutto era ancora pronto a ripartire. In una affollata  conferenza stampa all’Ippodromo rilanciò progetti ed impegni ma, con la squadra già in ritiro in Umbria con Varrella in panchina e con Ciro Muro rimasto con convinzione alla guida in campo della squadra, il 31 lugliio del 1993 la Federcalcio non iscrisse  il Taranto al campionato: radiazione. Fu uno choc che Carelli non ha mai superato e che, a distanza di anni, ancora lo tormentava. A Roma,  sempre in quell’incontro, mi lasciò con un: «Masò, ce putim’ fa pe stu Tarant?».
Ciao, presidente. Vedrai, ti regaleremo la serie B.

mercoledì, 16 mag 2012 - 20:33

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