Il lavoro, motore del cambiamento

Il lavoro, dunque. Se ne discute tanto che pure il 1° maggio si colora di retorica. Però, come dire, ci corre l’obbligo. Anche perchè il lavoro è uno dei pilastri di questa campagna elettorale per le amministrative. L’altro, manco a dirlo, è l’ambiente. I due temi vanno a braccetto e non c’è candidato che non ne abbia fatto il suo credo politico-elettorale.
Il lavoro, dunque. Quello che c’è, ma soprattutto quello da immaginare, da creare, da costruire. Come testimoniano la crisi dell’Euro, le bolle speculative, l’interminabile telenovela sull’articolo 18, il governo dei tecnici, l’antipolitica, gli imprenditori suicidi, i precari sui tetti, l’Italia dell’1° maggio 2012 è un Paese drammaticamente fermo e disperato. Non cresce in termini economici, invecchia all’anagrafe e, soprattutto, non ha un’idea chiara di dove vuole andare, perchè non ce l’ha la sua classe dirigente. Il ceto che occupa la politica, l’economia, la cultura, non dirige, al massimo amministra. E, nella maggior parte dei casi, lo fa male con grandi sprechi e ruberie.
Il lavoro, dunque. La nostra Carta Costituzionale gli assegna un ruolo centrale. Nella civiltà analogica, da cui progressivamente stiamo uscendo, il lavoro è stato ed è il motore dell’economia. Ma nell’era digitale sarà ancora così? Sicuramente sì, ma non secondo i canoni che conosciamo oggi. In molti dialetti meridionali lavoro si traduce con “fatìa” perchè in passato, quasi sempre, il lavoro era fatica. Questa accezione adesso va scomparendo benchè, anche nel digitale, una fascia di mestieri manuali resterà tale. Il lavoro cambia, si modifica, si adegua ai progressi tecnologici, alle fonti energetiche, a quelle che prima si chiamavano necessità e ora sono diventati mercato e consumo. La trasformazione è sotto gli occhi di tutti: nelle fabbriche, negli uffici, nelle botteghe, nei negozi. Però l’evidenza non basta: nel nostro Paese si pretende di gestire il nuovo con strumenti vecchi. “L’unica certezza è il cambiamento” recita uno spot indovinato che in questi giorni gira sui canali televisivi, ma in Italia sono troppe le resistenze, i veti, le forze della conservazione. A parole, tutti i partiti, i sindacati, le associazioni di categoria, sono riformisti e tutti vorrebbero rinnovare, ma appena si adombra un cambiamento, scoppiano le sommosse e si riempiono le piazze.
Il lavoro, dunque. Celebriamolo, ricordiamolo, denunciamo le distorsioni ed i soprusi ma soprattutto facciamone il motore del cambiamento. Che questo 1° maggio, quindi, sia l’inizio di un cambiamento vero e profondo che faccia rialzare un Paese accasciato su se stesso. Che il nuovo prenda il meglio dal passato e lo rielabori per guardare al futuro. E che Taranto sia punta avanzata di questo processo con amministratori illuminati e capaci di governare un cambiamento che, in qualche modo, è già iniziato.
Buon 1° maggio!

martedì, 1 mag 2012 - 15:15



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