Oriana Fallaci in un famoso articolo dal titolo “Due colpevoli di troppo”, pubblicato nel lontano 1965 sul settimanale “L’Europeo” definì il caso Bebawi “uno strano processo” in cui “mentono tutti”. Mentivano a tal punto, scriveva, che se avesse chiesto a qualcuno l’ora e quello l’avesse indicata, lei anche in quel caso sarebbe stata portata a pensare che mentiva. In quella vicenda i due coniugi egiziani, Youssef e Claire Bebawi, si accusarono reciprocamente dell’assassinio di Faruk Chourbagi (amante di lei), recitando per tutto il processo e riuscendo così a confondere le acque. Alla fine, infatti, furono assolti in primo grado, in appello furono condannati a 22 anni ma ormai erano all’estero.
Chissà Oriana Fallaci come avrebbe definito il caso Scazzi. Anche in questo processo sembra che i principali imputati recitino una parte. Cosima e Sabrina quella delle innocenti. Michele quella del colpevole, ma in due interrogatori in fase di indagine ha sostenuto di essere innocente. Imputati a parte, ci sono anche testimoni che recitano un ruolo. Ovviamente sarà la Corte a stabilire chi.
Il processo ( ieri la 13ª udienza dinanzi alla Corte d’assise di Taranto) è iniziato negli studi televisivi molto prima che approdasse in aula con testimoni che hanno rilasciato interviste su fatti oggetto delle indagini ancora in corso (solo in cambio di dieci minuti di gloria?). Col dibattimento in corso, ci sono testimoni che prima di andare in aula postano messaggi su Facebook.
Uno dei testi interrogati ieri, la cugina di Sarah, Antonella Spinelli, come la madre Dora Serrano una settimana fa, ha confermato di far parte del gruppo pro Sabrina e Cosima. «Mi hanno iscritta a mia insaputa e io ho aderito. Se ho postato dei messaggi. Può darsi, non mi ricordo». Ha spiegato la ragazza ai pm Mariano Buccoliero e Pietro Argentino. Ai magistrati ha detto anche di essere convinta che il colpevole sia lo zio mentre la zia e la cugina sono innocenti: «E’ stato zio Michele, Sabrina e Cosima non c’entrano nulla». Una risposta chiara sulla sua posizione. Zia e cugina di San Pancrazio, comunque, non sono le uniche testimoni ad aver compiuto una scelta di campo.
Sarah ha trascorso i suoi ultimi giorni dal 23 al 25 agosto, a casa di Antonella. «Eravamo legate da un forte sentimento di amicizia. Mi ha raccontato di essere attratta da Davide ma non era ricambiata ed era triste per questo. Non mi ha mai confidato che le piacesse Ivano. Ho appreso della sua attrazione per Ivano leggendo una pagina del diario. Mi hanno mostrato una copia i carabinieri durante l’interrogatorio del primo settembre. Non l’avevo mai letto prima».
La ragazzina ha chiarito il senso di una foto inquietante apparsa sul suo profilo, di un burattino legato con delle corde: «L’ho postata la mattina del 26 agosto. In quella foto vedevo me stessa usata dalle mie amiche. Sarah non c’entra». Non sapeva ancora della scomparsa di Sarah. «Nel pomeriggio intorno alle 17,30 mi ha telefonato Sabrina e me lo ha detto».
Alla stessa ora ha appreso la notizia anche Ivano Russo (fra il pubblico con la fidanzata Virginia Coppola), come ha spiegato la mamma, Elena Baldari, durante la sua deposizione. «Eravamo in auto quando ha ricevuto un messaggio da Sabrina ed è rimasto sconvolto. Ricordo la sua frase: ”Mo’ si è persa la cugina” e lui che sbatteva il cellulare contro il cruscotto». La testimone si è contraddetta in alcune circostanze, incalzata delle domande dei pm su ora e contenuto del messaggio e sulle dichiarazioni rese il 31 agosto e il 30 settembre 2010. I pubblici ministeri le hanno contestato anche incongruenze relative ad altre circostanze.
Si è avvalsa della facoltà di non rispondere Maria Ferrara, moglie dell’imputato Mimino Cosma. Mentre per tre testimoni è scattata una multa salata, 500 euro, per non aver giustificato la loro assenza ieri in aula. Prossima udienza l’otto maggio con l’esame di altri testimoni, il comandante della stazione dei carabinieri di Avetrana, maresciallo Fabrizio Viva, il brigadiere Biagio Blaiotta, la teste chiave Anna Pisano’, Antonella Tondo e Giovanni Risi.
Il legale di Sabrina si difende: “Nessuna intervista in carcere”
E’ approdato in aula il caso dell’ “intervista” di Sabrina al settimanale “Di Più”. I pm hanno chiesto l’acquisizione del servizio realizzato per interposta persona, tramite uno dei difensori, avvocato Nicola Marseglia. Il legale, dal canto suo, ha manifestato il suo disappunto ma non si è opposto alla richiesta e ha prodotto una mail, da lui inviata insieme al testo, nella quale chiedeva al giornalista Oliviero Marchesi di precisare che le risposte erano frutto di una sua elaborazione del contenuto di colloqui fatti con Sabrina in carcere e in Corte d’Assise. «Per evitare equivoci di sorta, che purtroppo si sono creati, avevo chiesto al giornalista una precisazione che invece non c’è stata. Considerando la richiesta dell’accusa, produco la mail col testo della precisazione che adesso spero possa chiarire ogni equivoco». Ha detto il legale in udienza rivolgendosi al presidente della Corte d’assise Rina Trunfio. Secondo Marseglia, non era necessario chiedere l’autorizzazione alla direzione del carcere (che, come è noto, non ha gradito l’iniziativa e ha inviato una segnalazione in Procura). «Dal carcere non è uscita una sola sillaba della mia assistita. Quindi non avevo bisogno di alcuna autorizzazione». Sulla richiesta di acquisizione dell’intervista la Corte scioglierà le riserve nella prossima udienza prevista l’otto maggio. Adesso nel processo rischia di entrare anche il servizio di una rivista di gossip. In questo processo manca soltanto questo.