Confindustria Taranto? Un’associazione «fuori dal dibattito e frenata dalla presenza di una dirigenza in uscita tutta concentrata nello sforzo di garantire la continuità nella gestione futura e gli equilibri consolidati all’interno». È un attacco frontale quello che ventidue imprenditori tarantini, iscritti all’associazione e capeggiati da Massimo Di Giuseppe – uno dei tre candidati, insieme a Vincenzo Cesareo e a Cosimo Romano alla presidenza – portano all’indirizzo di Confindustria Taranto e del presidente uscente Luigi Sportelli. Una «Confindustria di governo», così la definiscono i ventidue imprenditori nel corposo documento da loro sottoscritto, troppo attenta «a garantire se stessa, i suoi equilibri interni e le sue residuali rendite di posizione e poco aperta alla discussione con i nuovi attori dello sviluppo, con la sua vera base associativa».
Parole dure, pesanti come macigni nei confronti dei vertici associativi che, forse, non hanno saputo calare l’associazione degli industriali tarantini in una realtà, quella ionica, che «soffre più di altre i suoi trascorsi industriali imbrigliata come è nei problemi quotidiani di sopravvivenza alla concorrenza estera, della dipendenza dalla grande industria, di reperimento di risorse finanziarie per lo sviluppo, di contatto e affiancamento con i centri di ricerca, di abbassamento della competizione tra imprese ai meri livelli del prezzo più basso».
Una mission, quella portata avanti da Confindustria, che mal si concilia con la strategia che i piccoli e i medi imprenditori, invece, vorrebbero fosse perseguita. Ovvero, un’economia «rivolta – sottolineano i ventidue firmatari del documento – allo sviluppo delle specificità locali piuttosto che alla dipendenza dalla grande committenza» e dove le attività imprenditoriali «rivolgono i propri servizi non solo alla grande industria ma all’intero comparto produttivo ionico e, soprattutto, all’interno di una rete di imprese locali in cui Confindustria gioca un ruolo strategico di coordinamento e di informazione».
Ruolo che, secondo i ventidue imprenditori, Confindustria Taranto non ha svolto perchè a livello locale c’è stata «una totale assenza di una strategia complessiva di sviluppo e l’affermarsi di una logica di governo del tirare a campare e mantenere le ormai sbiadite rendite di posizione dei vari gruppi di potere sempre in attesa del grande appalto piovuto dall’alto». Una situazione che andrebbe sradicata all’interno della “nuova” Confindustria per evitare che «l’eccessiva rappresentanza delle grandi imprese soffochi quella delle piccole e medie imprese che costituiscono il 99% dell’economia locale» soprattutto in virtù del fatto che negli ultimi anni c’è stato l’allargamento ad ulteriori categorie merceologiche «che si ritiene abbiano diritto, alla pari delle altre, ad essere correttamente rappresentate all’interno del tessuto economico locale». Altrimenti si corre il rischio, puntualizzano i ventidue imprenditori, di perdere definitivamente «un importante pezzo della realtà economica locale che non si sente più rappresentata in Confindustria Taranto» tanto da chiedersi il perchè «rimanere in Confindustria se non contiamo nulla e neanche ci ascoltano» anche se, poi, si sprecano i richiami «a restare uniti» che appaiono «sempre più colorati da tattiche tese a non modificare, a frenare gli slanci, a non cambiare i metodi di lavoro, a ricomporre ogni possibile tentativo di assicurare la corretta rappresentanza dell’oltre 99% dei soci composta dalla cosiddette piccole».
E, allora, i ventidue “indignados” delle pmi tarantine chiedono che nella “nuova” Confindustria venga garantita la rappresentanza della base associativa, si punti sui giovani e le loro idee, si sostenga la presenza delle donne imprenditrici ma, soprattutto, che si innovi la strategia ripensando «i metodi di concertazione» e coinvolgendo «i nuovi attori locali: le università, il privato sociale, le giovani aziende innovative e di ricerca, gli enti gestori dei beni culturali e ambientali». Insomma, a Confindustria i ventidue chiedono una redifinizione delle nuove centralità, di assumere un ruolo di soggetto interlocutore delle nuove forme di aggregazione economica e di ascolto che significa «dedicarsi con abnegazione e servizio alla vita associativa senza convincersi dell’insostituibilità del proprio ruolo direttivo», che il governo di Confindustria «non è un trampolino di lancio per future carriere individuali» e che il metodo del confronto permanente deve essere «una risorsa per il governo dell’associazione e non un male di cui non si può fare a meno».
Le piccole e medie imprese adesso attendono risposte. Ai tre saggi nominati, «dei quali confidiamo nell’indiscussa serietà», il compito di condurre in porto la “nuova” Confindustria che le piccole e medie imprese immaginano insieme ai grandi gruppi.