lo sciopero/Cronaca di un pomeriggio fra gli operai del presidio. Lungo incontro fra azienda e sindacati e una non-conclusione

Natuzzi Laterza: complementi d’arredo resta, per ora

In esame anche l’accorpamento dei reparti di taglio pelle dei siti laertino e materano

LATERZA – L’incubo e la discussione.
Il clima politico ed economico è dei peggiori, gli operai, si diceva nella masseria di fronte al presidio, sono i ciucci che devono trainare la carretta con su lorsignori ed essere anche bastonati: quindi un nonnulla provoca in essi inquietudine e ansia.
Nella Natuzzi di Laterza e dintorni si era sparsa la voce che stesse per essere chiuso il reparto di Complementi d’arredo, tutti hanno pensato: è cominciata la chiusura di tutto lo stabilimento, oggi Laterza, domani Ginosa, dopodomani… Sciopero e presidio, malgrado le nottate marzoline, capricciose, in junghiana sincronia fra stato d’animo e stato climatico.
Ieri, pomeriggio uggioso fuori, interminabile dentro: raggiunta una conclusione provvisoria: il reparto di Complementi d’arredo resta a Laterza, in rapporto agli ordini, a bassa densità lavorativa, intanto si vedrà come accorpare i reparti di taglio pelle di Laterza e Matera, cioè una non conclusione.
Dice di più la cronaca del pomeriggio: nel presidio arriva il “Corriere”, accoglienza musicale di Vito D’Auria, il “rinfrescatore” degli scioperanti con vino, birre e focacce, di là il segretario della Fillea Cgil Lamusta appeso al suo telefonino fa il punto della situazione: il 15 ottobre scorso accordo a Roma fra azienda e sindacati per riportare in Italia la produzione dei divani prodotti in Romania; il 24 gennaio di quest’anno l’azienda cambia idea: in Italia il lavoro costa troppo, restiamo in Romania, quindi in Italia resta una bassa produzione, si lavora a 6 ore al giorno, cassa integrazione a rotazione; ma gli Rsu scoprono che i complementi d’arredo vanno a Matera, quindi preannuncio di chiusura del reparto, in più i capofila non erano inseriti nella turnazione della cassa integrazione facendo anche i magazzinieri a parità di salario. «Chiediamo che vengono rispettati gli accordi di Roma…».
Arriva un pulmino con dentro i dirigenti dell’azienda, Lamusta ed Rsu si va nella sala adunanza. Ingresso vietato agli estranei, quindi anche al giornalista, ma il giornalista conosce il trucco di Ulisse nella tana di Polifemo e, non potendo nascondersi sotto gli arieti, si nasconde nel gruppo. Sull’uscio Fernando Rizzo aspetta Lamusta e gli Rsu, ma è gentilissimo con l’estraneo e dà la sua versione dei fatti: «Questo presidio nasce da enfatizzazione della stampa di notizie false. La Cigs resterà fino al 2013, il tempo necessario per la riorganizzazione. L’azienda non produce complementi d’arredo, ma li acquista in altri stabilimenti italiani e la sede di Laterza fa soltanto da deposito. Noi non licenziamo nessuno, basti ricordare che dei 15 mila addetti in zona del divano imbottito ne sono rimasti appena 5 mila, ma nessuno è stato licenziato da noi. Riorganizzazione significa ottimizzazione e recupero di efficienza per ridurre i costi e migliorare il servizio al cliente».
Fuori dall’aziendalese la questione del capannone dei Complementi d’arredo, spiegata dagli operai in presidio è la seguente: il tavolino e altri arredi, sedie, portacenere, candela, lampada, vasi, profumi, che accompagnano il divano sono dati da altra azienda su esplicita richiesta del cliente che vuol comprare il divano. La sede di Laterza fa da prima stazione di quest’ordinativo, gli operai scaricano i vari pezzi, facendo i magazzinieri. Una volta arrivato l’ordine ricaricano la merce che va a Matera e da qui a casa del cliente. In tempi di filiera corta, potrebbero chiudere entrambi i reparti di Laterza e Matera. Nei lavoratori della Natuzzi il sospetto diventa incubo: niente lavoro, cassa integrazione a zero ore, licenziamento in vista. «Ed invece no», dicono gli operai,  per bocca di Massimo Vasco, Giuseppe Di Girolamo ed Emanuele Scarati, «il posto di lavoro va difeso. Sì, oggi non produciamo più  complementi d’arredo, ma agli inizi li producevamo ed eravamo 90 operai, poi 60, oggi 37. L’azienda ha il diritto-dovere di riorganizzare la produzione e stare in attivo, perché più è florida l’azienda più è stabile il lavoro, ma la riorganizzazione va fatta d’intesa con i lavoratori, con un apposito tavolo tecnico ricominciando dall’accordo di Roma, quello che prevedeva il rientro in Italia della produzione de localizzata in Romania». La discussione continua. In Italia discutere è un bel mestiere.

 

 

Michele Cristella

venerdì, 20 apr 2012 - 14:45

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