Cokeria Ilva nel mirino dei periti

La perizia sulle emissioni inquinanti dell’Ilva, consegna alla città un inquietante documento sui veleni che incombono su Taranto. Un documento prezioso non solo ai fini scientifici e giudiziari, ma anche come antidoto contro un nemico subdolo e silenzioso che si chiama assuefazione. La maxi perizia allontana, speriamo in maniera definitiva, il pericolo di giudicare con sufficienza e superficialità le colonne di fumo dai camini del siderurgico, la polvere scura, rossa o argentata sugli edifici del rione Tamburi, le pecore abbattute, il latte contaminato.

Ora non ci sono più alibi ed anzi consigliamo la lettura della maxi perizia a tutti i componenti dei consigli Regionale, Provinciale e Comunale, alle rispettive giunte e anche al ministro dell’Ambiente Corrado Clini che la situazione di Taranto conosce bene per aver partecipato alla stesura del piano di disinquinamento dell’area a rischio ambientale. Nessuno potrà dire di non sapere. I dati sono lì, nero su bianco, riassunti in tabelle leggibili e di facile consultazione.

Il disastro ambientale è nei numeri. Negli stessi numeri che nel 2010 l’Ilva ha comunicato all’Ispra, nell’ambito del Registro europeo delle emissioni (vedi tabella in questa stessa pagina): 172mila tonnellate all’anno di monossido di carbonio, 8.6 milioni di tonnellate di CO2. Ottomila tonnellate di ossidi di azoto e oltre 7mila di zolfo. Tra i metalli 157 kg all’anno di arsenico, 564 di cromo, 1752 di rame, 9023 di piombo e 23mila di zinco. E ancora: 337 chilogrammi all’anno di Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), 1254 kg di benzene; 15.6 grammi all’anno di diossina e 1361 tonnellate di Pm10.

Ma questa è solo la faccia che si vede ed è relativa alle emissioni convogliate, cioè a tutto ciò che fuoriesce dagli oltre 200 camini dello stabilimento siderurgico e che la stessa Ilva è tenuta a denunciare. Poi c’è la faccia nascosta, quella che sfugge ai dati ufficiali e su cui i periti incaricati dal Gip Patrizia Todisco hanno effettuato delle stime sulla base della capacità produttiva dello stabilimento. Stando ai calcoli dei periti, a quanto comunicato dall’Ilva, bisogna aggiungere su base annua altre 2148 tonnellate di polveri, 880 chilogrammi di Ipa, 15 tonnellate di benzene, 130 tonnellate di idrogeno solforato, 64 tonnellate di anidride solforosa, 467 tonnellate di Cov (Composti organici volatili). Il totale è di 2896 tonnellate di sostanze tossiche e inquinanti all’anno che vanno ad aggiungersi a quelle dichiarate. E sono proprio le emissioni diffuse le più pericolose. Lo affermano i periti del Tribunale di Taranto. «Dai dati riportati in tabella – scrivono – emerge in particolare la quantità rilevante di polveri che viene rilasciata dagli impianti, anche dopo interventi di adeguamento, di particolare evidenza è la quantità di polveri che fuoriesce dall’acciaieria determinata dal cosiddetto fenomeno di slopping, documentato oltre che dalla presente indagine, anche dagli organi di controllo. Per ridurre tali emissioni è necessario, pertanto, che la ditta adotti ulteriori misure di contenimento, dando la priorità alla riduzione delle emissioni contenenti sostanze pericolose e metalli». Quest’ultimo paragrafo, in verità, più che ai giudici, sembra rivolto ai nostri amministratori pubblici cui compete imporre efficaci provvedimenti di contenimento dell’inquinamento.

I periti vanno ancora più a fondo e si soffermano in particolare sulla cokeria evidenziando una difformità tra le «ridotte performance ambientali» dei camini «rispetto a quelle che risultano dai Bref-media europea e dalla comparazione con le Bat Conclusion».

Questa osservazione è relativa al quesito numero sei con il quale il Tribunale chiede ai periti di indicare quali sono le misure necessarie ad eliminare eventuali situazioni di pericolo. «La differenza riscontrata tra i valori misurati e quelli attesi dall’applicazione delle Bat Conclusions e quelli riportati nel Bref-media europea – si legge nel documento – evidenzia come sussista tuttora un divario tra le tecniche adottate nello stabilimento Ilva e la loro efficacia in termini di inquinanti emessi, rispetto alle Bat, la cui adozione garantirebbe la riduzione degli inquinanti emessi». Su questo passaggio conviene soffermarsi a riflettere. L’Ilva ha sempre rivendicato l’applicazione delle Bat nel processo produttivo e ora scopriamo che non è proprio così. Come mai? Senza la maxi perizia saremmo mai venuti a conoscenza di questa circostanza?

Infine la diossina. I periti non lasciano scampo: la diossina che ha inquinato i terreni e gli animali nei dintorni dello stabilimento siderurgico, proviene dall’Ilva. La sorpresa è un’altra ed anche in questo caso riconducibile alle emissioni diffuse. «L’esame dei profili dei congeneri Pcdd/Pcdf e Pcbdl – scrivono i periti – riscontrati nelle matrici suolo, aria, ambiente e bioindicatori prelevati nelle aree urbane, agricole e nei terreni adiacenti all’insediamento Ilva spa, ha evidenziato un’elevata correlazione con i profili riscontrati nei campioni prelevati presso lo stabilimento Ilva spa, area agglomerazione, quali quelli delle polveri abbattute dagli elettrofiltri Esp Meep e quelle prelevate nei campionamenti ambientali effettuati in prossimità del reparto, risultando invece meno evidente il contributo di quanto emesso in atmosfera dall’emissione E312 Agglomerato 2, in quanto caratterizzato da profili di congeneri Pcdd/Pcdf diversi». E qualche pagina più avanti si legge ancora che «si ritiene ragionevole affermare una correlazione preferenziale dei contaminanti riscontrati nei tessuti e negli organi animali esaminati con i profili di congeneri di Pcdd/Pcdf riscontrati nelle emissioni diffuse». Come dire: non serve stare tutti con il naso all’insù a guardare lo sbuffo del camino E312, la diossina vola anche ad altezza d’uomo.

domenica, 29 gen 2012 - 15:00

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