Ha portato la mano all’orecchio, per sentire l’urlo al suo gol. Ciò che gli mancava. Non ha mostrato alcun sorriso, però, perché con quel gesto di rabbia e di istinto che ha permesso al Taranto di battere il Lumezzane Matteo Guazzo si è liberato di un peso. Era troppa la tensione per potersi pure concedere scene di gioia smisurata. Il tiro stesso è apparso uno sfogo: dopo due tentativi a vuoto, fermati da un portiere dall’ottimo istinto o da un soffio di mala sorte. Scatto rapido, destro deciso. In quel momento il Taranto è andato in vantaggio e Guazzo ha completato il suo sorpasso.
Ora è più difficile immaginarlo in ballottaggio con Girardi, com’è stato con discreta continuità fino alle ultime settimane. Spesso vinceva (ha giocato quattordici volte da titolare, contro le sei di Girardi) ma l’ombra costante era qualcosa che portava un po’ di inquietudine. E il confronto, tra l’attaccante atteso e corteggiato per tutta l’estate (Girardi) e chi per diventare eroe ha dovuto attendere l’ultima partita della scorsa stagione (Guazzo), è finito. Capovolgendosi: Guazzo, partito nei progetti iniziali come rincalzo (accadeva nella scorsa stagione: il programma era identico), da domenica ha chiuso ogni possibile discussione. Le gerarchie sono cambiate, ufficialmente. Davide Dionigi non lo dirà mai, ma è uscito come un sottotitolo durante la sua conferenza stampa di domenica, quando a proposito di Girardi ha detto: «Ha avuto un’altra occasione». L’ultima, probabilmente. Se poi, quando Guazzo è rimasto solo, il Taranto si è espresso meglio è per un doppio motivo: perché con il 3-4-3 la squadra è più rodata e perché il “principe” ha avuto maggiore spazio e possibilità di movimento superiori. Sembravano Coppi e Bartali. E questo lungo dualismo un po’ aveva allenato le cronache. Chi gioca? Sale Girardi o rimane Guazzo? Sembrava un’eterna attesa del ritorno, invece era una costante conferma della novità.
Stop al televoto: ora tocca a Guazzo. Che nel frattempo ha completato il suo bagaglio tecnico. Aggiungendo movimenti che con altri moduli utilizzava poco, uscendo dallo schema dell’attaccante «che dà profondità» e diventando anche utile quando va incontro alla palla, quando gioca di sponda, quando fa salire la squadra. Legittimando la scelta di Dionigi, persino coraggiosa perché stravolgere gerarchie che appaiono scontate non è mai facile, perché c’è il rischio di affrontare musi lunghi, di trovarsi un ambiente strano all’interno dello spogliatoio. Per diciotto giornate ha tenuto i due sulla corda, adesso è però il tempo delle scelte. Guazzo, ecco. Al quarto gol si è preso tutto.