LATERZA – La Curvet in un vicolo cieco. O quasi. Azienda che punta a «ristrutturare» e dipendenti in sciopero ad oltranza. Con un piano B tirato fuori dal cilindro dalla mediazione di sindacati e politici locali: un incontro al Ministero dello Sviluppo economico e il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, evitando i licenziamenti.
Lo scontro cominciato sotto il sole di luglio continua, più forte ancora, con la prima pioggia di settembre. Il cielo grigio di ieri è anche cromaticamente la prova che la crisi è profonda e che la vertenza volge decisamente al peggio. Perchè se da una parte il direttore generale Domenico Mancini spiega che «il ritardo di alcuni giorni nel pagare lo stipendio non è motivo sufficiente per uno sciopero che aggiunge danni ad una situazione già grave», proprio mentre riceve una telefonata dal gruppo Natuzzi per avere notizie di una commessa rimasta “impantanata”, dall’altra i dipendenti hanno le loro sacrosante ragioni a sentirsi “scaricati” dall’azienda.
La messa in mobilità per tutti e 43 i dipendenti, annunciata ad inizio agosto e formalizzata ieri, è la notizia che nessuno di loro avrebbe voluto ascoltare: significa essere destinati al licenziamento, sebbene alla fine di un iter che prevede il coinvolgimento dell’Ufficio provinciale del Lavoro. Tra gli operai, piazzati al coperto davanti all’ingresso della Curvet in una specie di sit-in imposto dalla pioggia, serpeggia il malcontento: «Come si dice – spiega uno di essi ricordando i periodi di cassa integrazione – meglio feriti che morti. Ma ora qui siamo morti».
Quadro a tinte fosche che, del resto, corrisponde a quanto dall’altra parte della porta va raccontando il manager: «E’ ora di cambiare registro – spiega -. La crisi va avanti da tempo, sia nel settore sia per il nostro gruppo. Quando sono arrivato, tre anni fa, quest’azienda era destinata alla chiusura perchè aveva accumulato crediti inesigibili per diversi milioni». Situazione che, dopo un periodo di nuove commesse, si sta ripresentando con aspetti diversi: «Dobbiamo affrontare una ristrutturazione profonda perchè il core business dell’azienda è legato al mondo dell’edilizia e dell’arredo e quindi c’è un eccesso di personale in alcuni settori e carenza in altri e non è più possibile fare passaggi interni. Serve più personale amministrativo, commerciale e nell’ufficio tecnico, mentre esiste un eccesso di manodopera». Insomma, la parola d’ordine, dolorosa, è ristrutturare: il personale (avviato al dimezzamento, come già subodorano i dipendenti), il prodotto e la struttura aziendale. L’altra faccia del problema, infatti, è proprio quest’ultima, visto che il destino della Curvet Manifacturing Spa è segnato. Avviata alla liquidazione per mancanza di fondi per ricapitalizzare (le banche hanno chiuso i rubinetti), dovrebbe essere sostituita da una più leggera Srl che manterrebbe il brand e potrebbe (Mancini parla di «eventualità») subentrare nell’attività ma con una più spiccata propensione alla commercializzazione «riassorbendo gradualmente una parte dei lavoratori».
In pratica, il classico cane che si morde la coda: poche commesse, rapporti azienda-dipendenti sempre più tesi e futuro nebuloso e finanziariamente zoppicante. Anche se il manager non vuol sentir parlare di chiusura: «Non ne abbiamo proprio voglia. Tuttavia, bisogna ristrutturare…». Anche a costo di finire di pagare le rate di ammortamento dei 15 milioni di finanziamenti pubblici incassati con la legge 181 per realizzare uno stabilimento (che, ammette candidamente Mancini, «senza… non sarebbe nato») che è tra i due in Italia in grado di curvare superfici oltre i 5 metri.
Un “gioiello” che i lavoratori temono di dover pagare di tasca loro e perciò sollevano una serie di appunti alla dirigenza: dalla “mancanza di chiarezza” alla “chiusura pilotata”, dai macchinari «mai usati» ai sei forni «di cui ne lavorano solo due». Una bomba ad orologeria non ancora disinnescata ma quanto meno col timer spostato più avanti dall’intervento dei sindacati e della trojka del Pd (il sindaco di Laterza Lopane, l’on. Vico e il consigliere provinciale Cassano).
Il dialogo col dg Mancini ha infatti prodotto uno spiraglio: riportare la questione sul tavolo del Ministero dello Sviluppo economico (in pratica l’accordo di luglio, poi saltato) e rimettere in gioco la possibilità della cassa integrazione straordinaria. «Non potevamo accettare la mobilità e quindi il licenziamento – il commento di Giuseppe Massafra, Filctem-Cgil – senza riportare la vertenza su un binario diverso, cioè governandola e tenendo i lavoratori ancorati al destino dell’azienda e dei finanziamenti pubblici». Il Ministero, sentito telefonicamente, ha dato la propria disponibilità. A breve la data per “trattare”. Senza coltelli alla gola.