La partita dell’illusione: Foligno-Taranto 2-3, 7 settembre 2008. Lì nasce, ma morirà quasi subito, il giocattolo targato Franco Dellisanti. Quello del 4-1-4-1 che fa letteratura e di un gruppo di calciatori che abbagliano per troppo poco e, con il passare delle giornate, appassiscono con il cumulo di speranze negate.
LA B APPENA PERSA Quella è una squadra che si porta dietro l’eredità di una serie B sfiorata ad Ancona tre mesi prima. Si assiste all’ennesimo tentativo di rilancio di Gigi Blasi alla ricerca ossessiva del rendimento in ossequio alla parsimonia. Un Taranto nato gradualmente che si poggia sulle certezze difensive (reparto confermato in blocco) e sulle intuizioni di quella estate di mercato. L’esordio con la Juve Stabia di quel campionato è bruciante e beffardo: ingannevole il rigore trasformato da Dionigi, oltremodo punitivo il gol vittoria delle “vespe”. Rossoblù punti da un figlio di questa terra, Peluso, nei minuti di recupero.
POI, QUEL GIORNO… Sette giorni dopo il rovescio della medaglia: una partita studiata nei minimi dettagli, due trovate tattiche (esordio contemporaneo di Paolucci e Micco) e l’esperimento di uno schema ad una punta (fuori Marolda, unico attaccante Dionigi). Una squadra che trova per incanto piacevoli armonie di gioco, quasi innate. E per quarantacinque minuti Dellisanti è convinto di aver trovato la pozione magica. Tre desideri, di colpo esauditi. Micco che in dieci minuti si traveste da Beppe Signori: prima porta in vantaggio il Taranto con un gol di rapina a pochi metri dal portiere umbro Ripa. E poi disegna una parabola velenosa che si spegne ancora nella rete del Foligno. Ma quel primo tempo non vive solo delle fiammate del biondo mancino.
SUPER CAZZOLA! Se Micco si scatena a sinistra, non è da meno Cazzola sulla corsia opposta. Le sue proiezioni sono da gustare: un esterno classico che punta e dribbla. E poi crossa, trovando all’appuntamento il centravanti Dionigi, che in piena area piccola non può perdonare chi si astiene dalla marcatura stretta: 3-0 e viene voglia di stropicciarsi gli occhi. Un giocattolo che ammalia anche perchè il dilettevole si sposa bene con l’utile: ci sono le piroette di Paolucci, la grinta canina di Shala, il senso tattico di Giorgino. L’esperienza di una difesa che si conosce a memoria (D’Alterio-Migliaccio-Pastore-Prosperi). E pazienza se in due minuti (l’ultimo del primo tempo e il primo del secondo) tutti viene rimesso in discussione da due gol dei biancazzurri. Anche per ripagare il fiume di colori rossoblù che tinteggia la tribuna del “Blasone”. Quando si poteva, senza divieti.
ERANO BEI VIAGGI Tre punti che inaugurano una speciale predilezione per le gare esterne: a quel timbro seguono le affermazioni di Marcianise e Terni. In quella gara del “Liberati” si farà male Paolucci e come in quelle costruzioni carine ma fragili, un solo tassello farà poi cadere l’intero impianto. Il filo del discorso che si perde; sei sconfitte nelle successive nove partite che portano all’amaro cambio di panchina. Ma Foligno, anche a distanza di qualche anno, rimane impressa. Forse anche allo stesso Dellisanti. Perchè è un bagliore folgorante. Quella, probabilmente, era la squadra dei suoi sogni. Rimane, certamente, l’opera incompleta che a Foligno avrà espresso la parte migliore della sceneggiatura.