Sedici anni sono pochi, davvero pochi. Sono la vita che si spalanca e lascia entrare promesse, speranze, turbamenti, un fiume in piena di sensazioni di cui l’adolescenza si nutre fino allo sfinimento. Oggi è tempo di ricordare Sarah per questo, per il rimpianto che lascia nel cuore di chi le ha voluto bene e da quel maledetto 26 agosto non può più leggere nei suoi occhi la spensieratezza e l’allegria che riusciva a trasmettere.
Tante, troppe parole sono state dette e scritte in questi mesi, il volto della sfortunata ragazza è diventato la copertina dei talk show di ogni rete televisiva, in qualunque fascia oraria. Intorno alla sua morte c’è stato chi ha cercato e trovato visibilità e microfoni disposti a raccogliere qualsiasi sciocchezza pur di fare audience.
Sotto il sole cocente dell’estate abbiamo visto arrivare ad Avetrana i pullman dei “turisti dell’orrore” con intere famiglie prese dalla smania di fotografare il “luogo del delitto”. La signora Concetta ha saputo in diretta tv che il corpo della figlia era stato trovato, mentre i giornalisti di tutta Italia viaggiavano in direzione del pozzo lei era seduta nel salotto di casa Misseri, con un auricolare infilato nell’orecchio e la Sciarelli che le domandava se avesse capito bene cosa stava accadendo. Nessuno si è fatto scrupolo di raccontare la sua verità, improvvisamente abbiamo scoperto che l’Italia è una fucina di rampanti psicologi che sanno tutto di tutti e sono capaci di trascorrere ore ad analizzare una frase, uno sguardo, un gesto.
L’omicidio di Sarah ha trasformato i palinsesti in un’enorme “Cronaca Vera” che ha polarizzato l’attenzione dei telespettatori creando forme di immedesimazione collettiva tanto da far gridare al tentativo di distrazione di massa. Poi sono arrivati altri delitti e l’interesse si è spostato su nuove storie, seguendo più o meno lo stesso copione. Ma ad ogni novità giudiziaria, ad ogni nuova “esclusiva” ecco che la lucetta rossa si torna ad accendersi. E si ricomincia.